Il suono viaggia meglio indisturbato, ai margini, ad esempio, fluisce meglio che nelle metropoli. Ma ai margini, la musica non è solo suono, è un’opportunità per riabitare luoghi che abbandoniamo per necessità, più che per scelta. Questa commistione tra musica, socialità e abbandono vive con evidenza in una serie di piccoli (e non troppo piccoli) festival del Sud.  

Per qualche giorno, lo spazio si riempie di suoni, di arte, di generazioni diverse, svestite delle troppe armature della vita reale, e, soprattutto, di incontri.  È una riappropriazione di un luogo che ci hanno insegnato a disamare perché vuoto, ma in cui la musica scorre meglio. 

L’anima dei festival del Sud

Lontani dalle logiche dei grandi sponsor, l’anima di questi festival consiste nel fare spazio al confronto, alla cura della terra e alla resistenza allo spopolamento. Si torna ad incontrarsi, a sedersi e parlare, anziché a partire. Si trasforma lo spazio vuoto in una risorsa, dove persino gli artisti abituati ai grandi palazzetti e alle classifiche mainstream, da Fulminacci a Franco126, da Frah Quintale a Venerus, regalano alla propria musica una piccola tregua dalla frenesia commerciale per ritornare a una dimensione intima, protetta e rara.

Insieme a progetti meno conosciuti, questi nomi diventano il veicolo per far dialogare pubblici diversi, dimostrando che c’è un’alternativa concreta all’isolamento della provincia, tanto da sembrare quasi festival del ritorno alle radici.

Alcuni esempi concreti

Esempi concreti di questa resistenza corrono lungo tutto il Sud, muovendosi tra l’intimità di piccole realtà e l’energia di festival che ad oggi vantano numeri sempre maggiori, senza rinunciare al proprio spirito originario.  

In Campania, troviamo, fra i tanti, la cura per la natura di Ecosuoni, la fiera indipendenza del Disorder e il pop intimo del Fritz Festival nel Vallo di Diano. In Sicilia, le atmosfere sognanti del Light Blue e la dimensione epica dell’Indiegeno Fest. In Puglia, la dimensione sociale del Sonic Town e del Coopera Village, la vena identitaria dello Spyral e l’energia viva del Fafafest, a Foggia.  

Musica acustica, luoghi antichi e comunità

Nomi più o meno conosciuti, birra artigianale, palchi essenziali, un’energia semplice, comunitaria e frizzante. Gli artisti suonano in acustico mentre il sole sorge in posti millenari che ospitano suoni nuovi. Alcuni festival, infatti, abitano luoghi antichissimi e quasi epici: succede in Sicilia con il Light Blue o con l’Indiegeno Fest, dove i live acustici si tengono all’alba nel teatro greco di Tindari o sulle spiagge dei Nebrodi. Qui l’acustico sembra quasi un inchino alla storia dei luoghi, e l’intimità uno stato necessario più che un accidente.  

In altri festival, si respirano indipendenza e un’attitudine punk e si rifiutano le logiche dei grandi sponsor per creare comunità. È il caso del Disorder in Campania, un festival che fin dal nome rivendica il caos creativo e la totale autonomia, o del Coopera Village in Puglia, e ancora del Fafa Fest a Foggia. Per questi festival la musica è socialità: si torna a una dimensione Do It Yourself, dove il pubblico, gli organizzatori e gli artisti partecipano a un’esperienza viva e radicata nella terra.  

La dimensione più intima

Infine, c’è la dimensione più intima dei luoghi che resistono allo spopolamento e in cui la musica è veicolo di un agognato ritorno. Realtà come il Fritz Festival nel Vallo di Diano, il Sonic Town, abitano per qualche giorno quei luoghi dove la tendenza all’abbandono è più dolorosa. Giorni in cui i vicoli vuoti si riempiono di sintetizzatori e la provincia smette di essere un luogo da cui fuggire. 

Un paese ci vuole, diceva qualcuno, non fosse che per il gusto di andarsene via. Vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nella terra c’è qualcosa di tuo. Mi sembra che i piccoli festival del Sud rivendichino questo: l’idea che la terra in cui si nasce sia un luogo da riabitare, e che ci abita, che ci scorre dentro come un buon pezzo.

Come suona la musica nei luoghi che abbandoniamo: viaggio nei festival del Sud