Nota nel mondo della fotografia contemporanea, l’americana Cindy Sherman è considerata una delle più importanti artiste del XX secolo. La sua capacità di “allestire” all’interno dei suoi autoritratti una simulazione delle più diverse personalità, l’hanno portata a sviluppare un profondo concettualismo e a racchiudere, nelle proprie opere, percezioni e messaggi di grande valore, soprattutto per la nostra generazione.

La sua indagine si concentra da sempre sulla ricerca della rappresentazione dell’identità, contraddicendo, la maggior parte delle volte, i concetti tradizionali di femminilità e bellezza.

Siamo davvero chi vogliamo mostrare all’obiettivo? Quanta falsità si cela dietro a quell’attimo che è lo scatto di una fotografia? Quale posa preferiamo assumere e quale lato della nostra personalità vogliamo mostrare?

Cindy Sherman decide così di assumere un doppio ruolo in tutti i suoi progetti. Protagonista degli scatti e fotografa di se stessa è lei che dirige la camera e muove le situazioni, fotografando attimi costruiti a pennello in scenografie totalmente ideate e costruite da zero. I più svariati personaggi (o meglio se stessa) vengono così catturati in diverse pose, camaleontici e trasversali.  

I suoi, infatti, non possono essere paragonati a semplici autoritratti quanto piuttosto a dei veri e propri tableaux vivants. L’artista si pone davanti all’obiettivo e diventa il soggetto di ogni suo progetto trasformandosi grazie all’utilizzo di make up, vestiti e accessori e mostrando, agli spettatori, la vera-falsità dei suoi quadri.

La sua indagine verte infatti sull’analisi di quello che è il rapporto tra identità e immagine. Cindy ricerca l’io dell’essere, mostrandosi alla camera in molteplici sfaccettature, interpretando diversi personaggi che molto spesso distano dalla sua vera personalità. Il suo corpo diviene il mezzo con il quale veicola il messaggio all’interno del mondo. Nonostante il suo intento non sia del tutto politico, infatti, attraverso i suoi scatti l’artista riesce a cogliere e a soffermarsi su quello che, oggi, è il percepito della donna nella società e il valore di questa come artista. 

Tutti questi concetti vengono rispecchiati perfettamente nella serie di fotografie di Cindy Sherman iniziata nel 1977 e intitolata “Untitled Film Stills”. In esse, l’artista opera come “attrice” all’interno delle scenografie dei suoi scatti e, attraverso l’utilizzo di parrucche, cappelli e abiti diversi, interpreta protagoniste di alcuni film hollywoodiani noir di serie B.

Sebbene possano essere scambiate, come del resto tutte le sue opere, con semplici autoritratti, l’artista pone in realtà lo spettatore davanti a qualcosa di completamente nuovo: la Sherman decodifica qui non una persona reale ma qualcuno di “fabbricato”, un archetipo del personaggio. Lo spettatore si trova davanti ad un’immagine nella quale sfumano tra di loro i concetti di realtà e finzione.

Untitled #21 (1978)

“Untitled Film Stills 21” è, di questa serie, una delle opere che maggiormente ha colpito il pubblico e la critica. La fotografia scattata in bianco e nero coglie una donna di sfuggita mentre sta camminando per le strade di una metropoli americana. Lo scatto pare essere come “rubato”, appartenente al genere della Street photography. “Pare essere” appunto perché, in verità, l’immagine è stata perfettamente architettata da Cindy. Il suo autoritratto ci riporta infatti negli anni 50-60, con l’intento principale di rappresentare quello che era il perfetto ideale di donna, prima delle rivendicazioni femministe del 68.

In questi ultimi anni l’artista ha deciso di avvicinarsi anche alle nuove tecnologie, eliminando tutte le tipologie di allestimento e manipolando digitalmente le sue fotografie. Accentuando l’identità dei vari personaggi, creati tramite il copia e incolla di parti del proprio viso, l’artista decostruisce e ri-abbina l’essere umano (se stessa in primis come sempre) portando avanti la sua analisi sull’io e sottolineandone la plasticità e gli strati che si possono formare ogni qual volta viene interpretato un nuovo personaggio interno ad ognuno di noi.

L’arte di Cindy Sherman: quanti “io” siamo davanti all’obiettivo?