All’Alcatraz di Milano, Chiello ha trasformato la sua anima in tempesta in uno spettacolo viscerale, ma mai teatrale, in cui l’artista si concede in tutta la sua più pura onesta: la fragilità, il bisogno di contatto, la scrittura come scarabocchio involontario dell’inconscio, si fanno luce e sudore sul palco. È come se Scarabocchi, l’album, di cui ci ha raccontato anche in un’intervista dedicata, fosse esploso in mille schegge davanti ai nostri occhi. Ogni pezzo, ogni verso, ogni gesto un frammento sparato in aria, è accolto da una moltitudine in fermento, che suda, canta, balla, sviene e si sente un po’ meno sola.

Chiello è salito sul palco senza filtri, cantando come se ogni parola fosse un urlo trattenuto per troppo tempo, e finalmente liberato. Nessun look appariscente, ma jeans, camperos e una maglia che come una seconda pelle si fonde con i tatuaggi.

Non è un frontman classico. Non intrattiene, non si concede troppo, in una scenografia intima e onirica, tra luci e ombre, con un velo che lo isola dal mondo, ma che allo stesso tempo riflette i suoi pensieri. E come un velo di Maya o uno squarcio di Fontana, tra momenti di quiete e pura euforia, Chiello ondeggia sul palco come una zattera nel mare in tempesta: traballa, resiste, si lascia andare. Ed è proprio in questo suo disequilibrio che trova la forza. Non cerca di rassicurare nessuno – né sé stesso, né chi lo ascolta – e forse è per questo che chi lo ascolta si fida. Perché non promette salvezza, ma presenza. 

Ma non lo fa da solo, tra la tempesta con lui sul palco una band affiatata e precisa: Fausto Cigarini al basso e al violino, Matteo Pigoni alla chitarra, Giulia Formica alla batteria, Francesco Bellani alle tastiere. Insieme hanno cucito suoni che sembravano spuntare direttamente dalle stanze mentali di Chiello.

E poi gli ospiti: Rose Villain e Achille Lauro. Due presenze intense, entrati in scena come apparizioni perfettamente integrate nel disordine emotivo del live. Rose è salita sul palco con la grazia tagliente che la contraddistingue, in una performance che ha avuto il sapore del sogno: il loro duetto è stato un dialogo tra fantasmi innamorati, danzando su un equilibrio sottile tra desiderio e malinconia.

Achille Lauro, invece, è arrivato come una scossa. Con lui, il live ha cambiato temperatura, si è acceso, è diventato malizioso, vitale. Lauro non ha avuto bisogno di eccessi o provocazioni: bastava la sua presenza, la sintonia e la stima palpabile con Chiello per incendiare il palco con qualcosa che è energia pura.

Il concerto è stato un viaggio dentro le crepe del disco, ma anche dei nostri sentimenti

Alla fine, tra le luci che si spegnevano e le urla che non volevano finire, è rimasta la sensazione di aver assistito alla lettura di un diario, scritto sotto la pioggia. Con le mani sporche d’inchiostro e il cuore scoperto. Uno scarabocchio bellissimo, tremante, vivo.

Intervista a cura di Giulia Grieco e Francesca Bergamaschi
Report live a cura di Giulia Grieco
Foto di Erica Oliveri

Chiello Live a Milano: Scarabocchi di luci e ombre