Sono convinta che il dolore abbia doti metamorfosanti, che cambi ciò che attraversa. Quando è arrivato da me, nelle sembianze di una perdita, ogni pagina bianca ha smesso di parlare. Quel sibilo dolcissimo, che se uno si distrae può non sentirlo per una vita intera, aveva deciso di tacere e si era portato via tutte le parole.
Forse Grian Chatten è più chiaro di me quando dice “se tutto questo è reale”, se davvero ti ho perso, “non tornerò mai più a sentire come prima”.
Dopo il dolore, tornare a suonare
Il silenzio di un nome che nessuno pronuncia più è un dolore che si infiltra nel corpo e scorre sotterraneo nella quotidianità. Anestetizza, svuota, stordisce. Il primo impatto con la fine non può che modificare ogni cosa: il modo in cui si ama, il modo in cui si sente, il modo in cui si sta al mondo. Poi, un giorno, per la crudele ironia della fine, anche questo dolore finisce. E quando finisce ci ritroviamo soli con quello che ci ha reso. Chi siamo durante il dolore è qualcosa che siamo destinati a dimenticare, ma chi siamo dopo? Dischi rotti che vogliono tornare a suonare, senza sapere come, sembra suggerire bhadmari.
“Non ho più voglia di fingere”, canta bhadmari nel suo terzo ep: “essere me non è facile”. Calano le maschere, e, sotto la cipria di incursioni glitch e saturazioni, restano tracce freschissime e spietate, che creano un ep giovane, imperfetto e vulnerabile. I brani sembrano tracciare la mappa di un dolore scomodo e ostinato, che si finisce per accettare senza chiedersi più perché sia lì né quando finirà. Cede perfino l’artificio della metafora: la cantautrice sottrae il filtro poetico al disagio e ogni traccia pare un flusso di coscienza, un rimedio immediato alla solitudine. “Essere me non è facile” è un viaggio in un dolore senza riserve, crudele, disturbante e per questo meravigliosamente giovane. La vulnerabilità è esaltata dalle distorsioni e dalle influenze hyperpop ed electro-pop, che restituiscono una voce sottile e chirurgica.
Il dolore come accidente e come scelta
Particolarmente interessante è “chi me l’ha fatto fare”. Il dolore viene cantato come accidente e come scelta. L’acume del pezzo è la resa esasperata del “non ci voleva“, come rassegnazione tagliente e disillusa alle cose che non si possono cambiare, ma che ci accompagnano con così tanta ostinazione da sembrarci una colpa. Un testo finissimo esaltato dalla cura della produzione, che ricorda molto Spill Tab e Laura Les. In questa traccia, come nel resto dell’ep, si oscilla tra le atmosfere raccolte dell’alt pop e le esasperazioni emotive e il pitch shifting dell’hyper pop.
Staticità e desiderio di sparire
L’ep esordisce con “non sto andando da nessuna parte”. L’autrice canta della staticità indotta dal dolore, del confronto col mondo che procede con facilità, mentre non si riesce a muovere un passo, della stasi tra un futuro che spaventa e un presente che non consola. Ed è attraversato da una assordante domanda sotterranea: il mondo può davvero reggere tutta questa pesantezza che mi tiene ferma al terreno? L’ossessività viene resa con distorsioni vocali e bassi synth, quasi paranoici.
Dal punto di vista melodico “essere me non è facile” è molto più pulita e asciutta. La traccia pare procedere per sottrazione, per non distogliere l’attenzione dalle parole che qui sono sussurrate, più che gridate. Il brano, in maniera forse più matura, dà risalto a ciò che spesso si tace: il non sapere se si guarirà, il vuoto negli occhi, il non proiettarsi né fuori né in avanti. Il fulcro del brano è il tentativo di giustificare la propria assenza, o il proprio desiderio di sparire, a chi si ama: spiegare un dolore che non si capisce a chi ci sta di fronte. Meritava un impianto melodico molto più essenziale.
L’abbandono e lo stupore
C’è un netto contrasto con “non c’è cura per me”: se prima si spiegava, qui non si vuole più chiedere né credere. È senza dubbio la traccia più cruda; le distorsioni abbondano, tra chitarre saturate e voce pitchata: il risultato è volutamente caotico ed esasperato.
L’ultima traccia dell’ep, e forse il pezzo che più stupisce, è “dopo tutto”. La voce qui è più calda e morbida, senza dubbio meno distorta, e suggerisce con disorientato stupore che anche se il dolore rende dischi rotti, prima o poi finirà.
Ma, soprattutto, ritrae lo spaesamento che lascia un dolore che si attenua, e grida una domanda che nella vita torna spesso: come si fa a ricominciare, come si fa a riabitare il mondo, a restituirsi dopo tutto questo soffrire. L’ep pare quasi una favola, allora, che si conclude con la lezione più grande e crudele della giovinezza: il dolore prima o poi finisce, ma non torniamo illesi. E, allora, quando anche i passi che erano familiari diventano nuovi e sconosciuti, come tornare a camminare con delle gambe che non riconosciamo più? Come riabitare il mondo che ci ha ferito, dopo tutto.