come ortiche nel cemento di ceneri è un EP che nasce in silenzio, nei punti di frizione tra ciò che siamo e ciò che ci viene chiesto di diventare. È un luogo fragile e necessario, fatto di immagini che non cercano spiegazioni ma spazio: per restare e per non sentirsi sbagliati.
Un lavoro che attraversa il rapporto con la scrittura, la distanza da casa, il confronto con Milano e l’accettazione delle proprie fragilità come parte fondamentale del percorso creativo.

Come ortiche nel cemento è un titolo molto evocativo: cosa rappresenta oggi per te questa immagine e in che modo racconta il momento che stai vivendo come artista e come persona?

Mi aiuta a ricordare chi sono e da dove vengo, credo che oggi siamo così assorbiti da mille stimoli che dimentichiamo le cose davvero importanti. A volte tutto quello che ci serve è tornare alla semplicità, al silenzio, alla natura.

Il bisogno di tornare all’essenziale attraversa anche il rapporto di ceneri con la scrittura, raccontato in ragnatela. Un legame profondo e ambivalente, capace di sostenere ma anche di mettere in crisi, soprattutto quando le parole sembrano scomparire.

In ragnatela racconti il rapporto ambivalente con la scrittura: cosa succede dentro di te quando le parole non arrivano?

Per me è una grande sofferenza non riuscire a scrivere, è come se tutto dentro di me fosse bloccato, è la cosa che più mi fa star male del mio lavoro, ma sto lentamente imparando a conviverci e farci pace.

Nel cuore dell’EP, fragilità e resistenza convivono senza contraddirsi. Per ceneri, oggi essere resistenti significa prima di tutto riconoscere i propri punti vulnerabili, accettarli e imparare a starci dentro.

L’immagine delle ortiche che crescono nel cemento parla di resistenza silenziosa. Ti senti più resistente o più fragile oggi rispetto agli inizi?

Entrambe, credo che per essere resistenti bisogna aver ben chiare le proprie fragilità, è una questione di consapevolezza.

C’è una canzone di questo EP che oggi senti più vicina di quanto lo fosse quando l’hai scritta?

Credo “sale”, ogni volta che la riascolto la sento più vicina, forse perché parla di casa e ora che non vivo più lì ascoltare questo brano mi riporta subito ai luoghi della mia infanzia.

La collaborazione con Piccolo in ortiche nasce senza forzature, come un dialogo naturale tra voci e immaginari che si incontrano nello stesso spazio emotivo.

Com’è stato condividere ortiche con Piccolo e aprire il tuo mondo a un’altra voce?

È stato naturale incastrare le nostre voci e i nostri immaginari ed è stato davvero speciale poter condividere questi momenti di pura creatività insieme.

Il confronto con Milano è uno degli sfondi costanti di come ortiche nel cemento: una città che offre possibilità, ma che chiede molto in cambio, e che rappresenta una fase precisa del percorso artistico di ceneri.

Questo lavoro nasce da un confronto molto personale con Milano: che tipo di città è diventata per te oggi?

Milano ha tantissimo da offrire ma chiede in cambio molto, vivendola quotidianamente ho capito che non sarà il luogo dove restare ma è sicuramente una tappa fondamentale del mio percorso artistico.

In questo EP parli di fragilità come di uno spazio da accogliere, non da nascondere. È stato più difficile scrivere queste canzoni o decidere di pubblicarle?

Sicuramente scriverle, pubblicarle è stato molto naturale ed è stato necessario per poter dar loro uno spazio dove vivere e fiorire.

Le immagini sono centrali in come ortiche nel cemento: c’è una scena, un luogo o un dettaglio che per te racchiude tutto questo EP?

Quando guardo fuori dalla mia finestra a Milano tutto è grigio, quando guardo fuori dalla mia finestra a casa tutto è verde: questa immagine e questo contrasto mi hanno accompagnato costantemente nella scrittura di questo ep.

Come ortiche nel cemento è un invito a restare fedeli a ciò che siamo, anche quando il contesto sembra ostile. Un EP che non nasconde le crepe, ma le trasforma in spazio fertile, dove fragilità e resistenza possono convivere e fiorire.

Ascolta “come ortiche nel cemento” di ceneri

ceneri e l’EP come ortiche nel cemento: fiorire dove sembra impossibile