C’è un’America che non appare nei videoclip patinati, né nei manifesti del sogno americano. È fatta di case abbandonate, torri radio, chiese sbiadite dal sole e silenzi che pesano come confessioni. È da quella parte nascosta dell’America che proviene Ethel Cain, la cui voce riecheggia ancora tra le mura dell’Alcatraz di Milano dove si è esibita per la prima volta questo mercoledì 5 novembre, catapultando il pubblico italiano nel suo universo.
Le origini di Ethel Cain
Pseudonimo di Hayden Silas Anhedönia, classe 1998, Ethel Cain è nata a Tallahassee e cresciuta a Perry, una piccola città della Florida dove il tempo sembra essersi fermato tra un sermone e un uragano. Figlia di un pastore battista, cresciuta in un contesto religioso conservatore, comincia a produrre i propri brani in camera da letto e pubblica online i primi EP autoprodotti — “Carpet Bed”, “Golden Age”, “Inbred” — che già rivelano un mondo sonoro sospeso tra il sacro e il profano. La sua musica è lenta e inquieta: una lunga preghiera fatta di riverberi, confessioni e chitarre stanche.

Dai primi EP a Preacher’s Daughter
Se i primi EP erano già intrisi di quell’immaginario southern gothic, oggi questo è diventato il suo vero e proprio marchio. Ed è con “Preacher’s Daughter”, album di debutto ufficiale del 2022, che la sua scrittura si è fatta definitiva: un linguaggio musicale che si muove per simboli, croci, motel, fiumi, sangue.
Donna transgender, profondamente legata al simbolismo cristiano e al trauma del Sud statunitense religioso, comunica il suo mondo attraverso una voce profonda, fragile, ferita. La sua identità e la sessualità in generale è vissuta da lei con la stessa complessità della sua fede, ed emerge nei testi non come etichetta, ma come tensione. Negli anni è riuscita a costruire anche un cult following online, tra Tumblr, TikTok e varie piattaforme social tramite cui ha inaugurato una comunicazione stretta e costante con la propria fan base.

Ethel Cain come risposta e ribellione
Ethel Cain nasce come risposta e ribellione. Si fa sia voce, che protagonista delle storie che scrive in musica. In “Preacher’s Daughter”, racconta la fuga e la fede con una lente cinematografica. Più che un album, è un rituale narrativo. Un romanzo cantato sulla fine della purezza, sulla solitudine e la liberazione. Parla di una ragazza del Sud che scappa da casa, ma incontra la morte. Dietro la trama c’è la storia di un’identità che prova a esistere oltre i confini imposti da una religione che l’ha esclusa. Da lì in poi, Ethel Cain non è più solo un nome, ma un universo: un progetto artistico totale che unisce musica, narrativa e immagini in un racconto sull’identità, la fede e l’amore.
Difatti la storia prosegue con “Willoughby Tucker, I’ll Always Love You”, suo ultimo album uscito lo scorso agosto, in cui si concentra su uno dei personaggi dell’universo Ethel Cain — Willoughby per l’appunto, suo amore liceale con cui intraprende una relazione amorosa — portando delle tonalità eteree ed una scrittura più romantica, pur mantenendo un’atmosfera cupa ed enigmatica.



L’esperienza dal vivo
Dal vivo riesce a trasformare questa visione in un’esperienza emotiva totale. I suoi concerti sono rituali lenti e intensi. Un dialogo continuo tra voce, riverberi e silenzio. Nella sua prima data italiana all’interno di questo tour, tutto ciò era tangibile: una vera esperienza sospesa tra concerto e rito, dove il silenzio conta quanto la musica ed ogni nota sembra risuonare nell’immaginazione collettiva in maniera catartica. Si conferma tutto quello che la sua musica lascia intuire su disco: una devozione totale al racconto, anche quando si fa doloroso. Sul palco, la sua presenza è quasi spettrale, tra giochi di luci ed ombre, ma sempre in estrema connessione con il pubblico.
La sua musica è una lente deformante sull’America rurale e crepuscolare che mette in scena: richiama le lunghe distese erbose e le chiese con una scenografia che vede al centro un altarino ed una grande croce su cui giace il microfono. Su questo sfondo prende vita un folk gotico intriso di riverberi, synth che suonano come organi distorti, lentezza e spiritualità spezzata, con influenze dell’Americana, l’indie e il pop barocco.

Un’artista di risonanza
È difficile incasellarla. Il risultato è un paesaggio sonoro troppo viscerale per essere pop, troppo emotivo per essere rock, troppo religioso per essere indie. Tra richiami musicali a Nicole Dollanganger, Florence + The Machine, ma con un’estetica del tutto personale, Ethel Cain racconta infatti un immaginario mistico e inquieto dietro il quale c’è una storia profondamente americana: i suoi brani sono costruiti come sermoni e confessioni intime. Canzoni lunghe di cui puoi sentirne il respiro, spesso senza ritornelli, come paesaggi da attraversare popolati da amanti, fantasmi e piccole città del Sud, dove la spiritualità convive con la violenza, l’amore con la perdita.
Siamo di fronte ad una cantautrice che non cerca l’immediatezza, ma la risonanza; che costruisce le sue canzoni come se fossero case abbandonate in cui il suono rimbomba ancora. In fondo, Ethel Cain non canta per redimersi, ma per esistere. E in questo, è già miracolo.
Ascolta l’ultimo album “Willoughby Tucker, I’ll Always Love You” di Ethel Cain