La Biennale di Venezia è uno dei più importanti e antichi enti culturali del mondo, con attività che spaziano dall’arte contemporanea al cinema, dalla musica al teatro, fino alla danza. La sezione Biennale Danza – ufficialmente Festival Internazionale di Danza Contemporanea – è dedicata alla sperimentazione coreografica e alle nuove visioni del movimento, ospitando ogni anno coreografi, performer e compagnie da tutto il mondo.

Tra i riconoscimenti più prestigiosi conferiti dalla Biennale, ci sono il Leone d’Oro alla carriera, che premia un’artista o una compagnia per il contributo fondamentale allo sviluppo della danza, e il Leone d’Argento, destinato a figure emergenti o a metà carriera che si siano distinte per originalità, ricerca e impatto sulla scena internazionale.

L’edizione 2025 celebra due artiste agli antipodi per generazione e percorso, ma accomunate da una radicale libertà creativa: Twyla Tharp, pioniera americana della danza postmoderna e vincitrice del Leone d’Oro alla carriera, e Carolina Bianchi, regista e performer brasiliana Leone d’Argento per la sua ricerca teatrale potente e politica.

Carolina Bianchi è una regista teatrale, scrittrice e performer brasiliana, attualmente residente ad Amsterdam. Diplomata al DAS Theatre nel 2022, dal 2016 coordina Cara de Cavalo, collettivo di artistз brasilianз impegnatз nella ricerca teatrale, nella creazione di opere sceniche, laboratori e pubblicazioni letterarie.

Nella sua pratica performativa, teoria e azione si intrecciano senza soluzione di continuità. Ogni lavoro nasce da una condizione di crisi e si confronta con la violenza sessuale, la memoria storica e il rapporto tra corpo, linguaggio e rappresentazione. Le sue messe in scena combinano riferimenti letterari, cinematografici, pittorici e musicali, in un montaggio stratificato e affilato.

A Venezia presenta “The Brotherhood”, II atto della trilogia Cadela Força (in portoghese: “il potere della puttana”), un progetto scenico e politico che attraversa autobiografia, mito, violenza patriarcale e sessualità. Bianchi riceve per l’occasione il Leone d’Argento della Biennale Danza 2025, riconoscimento che ne sancisce la radicalità poetica e la potenza performativa.

La scena diventa il luogo di una discesa, non è un output di denuncia, o mémoire/ricostruzione realistica, ma un attraversamento dell’opaco. Come dice lei stessa, «Il mio teatro è una camminata nell’ombra, una selva oscura in cui il trauma diventa forma e il linguaggio si fa corpo poetico». Non c’è alcuna intenzione didascalica: ciò che interessa è rendere visibili le ferite, senza ridurle a oggetto. Come scrive la filosofa brasiliana Suely Rolnik, a cui Bianchi si ispira, il trauma lascia segni nei corpi che possono diventare fonte di conoscenza.

Per Carolina Bianchi, infatti, è il contrario di una catarsi. Non è offrire un pathos, empatia al pubblico, né una via d’uscita, le tracce nelle vittime sono indelebili. Eppure, in quella permanenza, qualcosa si muove. Le ferite non si rimarginano, ma cambiano forma, si trasformano nel tempo, lasciando spazio a una possibilità poetica, politica, performativa.

In The Brotherhood, il focus si sposta su cosa accade a un corpo che “si risveglia”: cosa succede dopo? Cosa offriamo, come collettività, a chi torna alla vita dopo un’esperienza traumatica? E a quale spazio può accedere una donna che prova a nominare tutto questo nel contesto di una scena teatrale ancora segnata da una genealogia patriarcale?

Bianchi interroga la logica della “fratellanza”, su cui si fonda la nostra società – un’alleanza invisibile e strutturale tra uomini, che protegge e legittima le azioni. Anche il teatro non fa eccezione: sin dalle tragedie greche, dove le donne non erano ammesse sul palco, fino alla lunga egemonia de il grande regista, il grande drammaturgo.

Dopo due PROLOGO di cui necessita lo spettacolo per aprirsi ad un tema difficile da gestire, il primo atto della trilogia ruota attorno a un’intervista con un celebre regista maschio, Klaus Haas. Nel secondo, The Brotherhood, un gruppo di uomini invade letteralmente la scena, ne prende il controllo, esibisce una dinamica di potere che diventa azione teatrale e dispositivo critico affianco al cadavere in un involucro di lattice rosso appeso a testa in giù sulla nostra sinistra della scena, il celebre regista maschio incarna il capro espiatorio celebrato in rito dalla “fratellanza”. 

Nel cuore della sua ricerca vibrano riferimenti letterari profondi: Sarah Kane – “la prego come fosse la mia religione”, dice – e Emily Brontë. Cime tempestose, spesso frainteso come una storia romantica, è per Bianchi un testo profondamente politico che parla di sopraffazione, di violenza strutturale, di un sistema che legittima la perversione sotto la maschera del desiderio.

Le drammaturgie di Bianchi – e del collettivo Cara de Cavalo – costruiscono costellazioni logiche seppur nella non lineare drammaturgia (su cui lei stessa riflette) e intellettuali tra scrittura intima, poesia radicale, materiali d’archivio, mashup musicali. Le parole di Kane, l’eco di Brontë, il corpo come archivio del trauma: tutto concorre a tracciare un orizzonte in cui l’esperienza della violenza è storica, mitica, collettiva. L’individuale macrocosmo.

The Brotherhood arriva alla Biennale come oggetto scenico inclassificabile: non una narrazione, ma un campo di tensione. Un lavoro iconoclasta e necessario, che interroga lo sguardo, la memoria e i dispositivi stessi della rappresentazione.

Carolina Bianchi: Leone D’Argento alla Biennale danza 2025