Metamorfosi (s.f.): mutamento di forma, di natura, di stato. È il passaggio da una pelle a un’altra, il crollo di un’identità per far posto a ciò che ancora non ha nome. Per Ovidio è un destino di corpi che cambiano per sopravvivere all’amore e al dolore, per Kafka un incubo in un corpo estraneo. La metamorfosi non è mai un arrivo, ma una soglia: ferita e cura insieme. Dentro questa parola abita Ethan.
Metamorfosi non è solo il titolo del suo nuovo disco, ma la lente con cui guarda sé stesso, oggi, dopo anni di passaggi tra lingue, città e identità. «Di quel ragazzo rivedo la voglia di fare, di non restare fermo in una forma fissa. L’idea che tutto sia movimento continuo, un’onda che cambia direzione senza paura di spezzarsi», racconta, «La metamorfosi non è arrivata adesso, era già lì: nel non ascoltare solo un genere, nell’amare artisti che sperimentavano e si spostavano di continuo». La musica, come il corpo, diventa allora prova di resistenza: un continuo lasciar andare e ritrovarsi.


Quello che hai abbandonato lungo il cammino? «L’ansia di dover piacere a tutti, di aderire a un modello che non era il mio. Oggi sento che più ti avvicini a ciò che sei davvero, più quella autenticità arriva alle persone e ti allinei al tuo pubblico. Prima temevo di non essere capito, ora ho smesso di inseguire il mainstream: se la mia musica è pop lo è in un modo diverso, fuori dal rumore quotidiano».


“Metamorfosi” è uno spartiacque, un rito di passaggio. «Non potevo dare nome migliore. Racconta ciò che sto vivendo: un cambio radicale, un lasciarsi dietro parti di me che non servono più e portare avanti invece il movimento, il suono, le contraddizioni, c’è molto di me nella musica di sottofondo e rappresenta quello che sto vivendo sotto tanti punti di vista». Così, ogni brano diventa una fase della trasformazione: una pelle che si lacera, un’altra che prende forma.
Un esempio, “Dirsi addio amore mio”, un brano che sembra trasformarsi mentre la si ascolta, come se la canzone stessa rifiutasse una struttura tradizionale. È successo lo stesso a te nel processo creativo?
«Sì, è stata una delle più difficili da scrivere. In italiano non mi sento sempre a casa: arrivo dal portoghese e mi mancava lo spazio per far respirare la musica oltre le parole, per uscire dalla struttura canonica della canzone italiana. Per questo motivo ho scelto di dare spazio alla musica e collaborare con produttori capaci di rendere il suono complementare al discorso. In “Dirsi addio amore mio” non serviva un ritornello canonico: le emozioni uscivano altrove, in quei momenti strumentali che parlano da soli. Rispetto al disco precedente, qui ho scelto insieme al produttore quali suoni usare, come bilanciare testo e musica. È stata una canzone intestinale, istintiva.»



Una metamorfosi anche linguistica: dal portoghese all’italiano, passando per l’inglese, ogni lingua porta con sé una nuova identità, un modo diverso di dirsi. Quanto questa fluidità linguistica è anche un mutamento identitario?
«Cambio anche timbro a seconda della lingua. La timbrica cambia in base a quello che sto dicendo e in che modo lo sto dicendo. Ogni lingua porta un carico culturale diverso, l’italiano ispira certe sonorità, mentre in portoghese riesco a liberare parti più sporche, a dare voce a cose che in italiano sembrerebbero strane. Ogni lingua ti obbliga a rivedere la voce, il corpo, la cultura che porti dentro. Avere più lingue è un modo per esplorarmi, per capire cosa ho sbloccato e cosa ancora no. Per questo dico che la musica per me resta un rito intimo, ma anche un movimento collettivo di liberazione».



La parola liberazione ritorna spesso quando Ethan parla di sé. La queerness, racconta, lo ha salvato. «Oggi non riesco più a separare quello che faccio dall’essere queer. Prima mi identificavo solo come un ragazzo gay arrivato a Milano, un po’ perso, incapace di godermi le relazioni o di esplorare davvero. Poi ho capito che la queerness non è un’etichetta, ma un universo di sfumature. Abbracciarle mi ha liberato, mi ha aperto a nuove verità e mi ha tolto la paura di rappresentare ciò che sono, anche fisicamente, attraverso la fluidità con cui mi mostro. Per questo, a volte, mi sembra persino riduttivo dover ancora spiegare certe cose: io mi identifico come ragazzo, e con questo sto bene, ma a livello performativo posso scegliere ogni volta come raccontarmi.»


Il corpo, l’estetica, la performance diventano così strumenti rituali, un linguaggio che dice più delle parole. E in questo percorso il Brasile ha avuto un ruolo fondamentale: «Ogni volta che torno lì respiro prospettive più ampie. L’Italia resta molto democristiana, chiusa in una visione ristretta di come dobbiamo essere. In Brasile, invece, sento di poter esplorare parti nuove di me. Anche le collaborazioni mi hanno aiutato: penso a Fim do Mondo con Mia Badgyal, che ha aperto un dialogo diverso e mi ha spinto a rivedere certi confini.
Credo di scrivere soprattutto per persone queer, e lo spero. Non solo da un punto di vista musicale, ma a 360 gradi: nel modo in cui comunico, che può passare dall’ironia alla serietà, sempre in dialogo con una visione eteronormativa che va decostruita. Mi piace pensare di essere un piccolo punto di riferimento per chi mi ascolta. Non certo l’unico, non voglio essere l’unico: dovremmo essere in tanti, una costellazione di voci che, insieme, cambiano lo sguardo sulle cose. Non cerco altro».

Esporsi diventa così un atto politico, ma anche di sopravvivenza. «Ho capito che non puoi fare a meno di essere vero con te stesso. È un’esigenza. Preferisco vivere la mia verità e condividerla con chi la accoglie, piuttosto che recitare un ruolo e poi pagare il prezzo in terapia. Non riesco a essere qualcosa che non sono: la vulnerabilità è la mia forza, e forse è questo il mio unico vero potere».


Anche la moda entra in questo percorso, ma come amplificazione, non come sostituzione.
«Non ho un capo che mi rappresenta sempre. Non cerco di identificarmi con un brand: i vestiti sono solo pezzi di tessuto, possono amplificare ciò che sono in un momento, ma non definirmi. La moda è specchio, non sostanza. I vestiti mi hanno difeso quando non avevo le parole, hanno comunicato al posto mio. Ma oggi penso che parta sempre dall’interno: sono io che parlo, e i vestiti mi accompagnano. Lo specchio della libertà è scegliere ogni giorno come mostrarsi, senza etichette, senza mode che scadono».
E poi, il futuro. La metamorfosi non ha mai una fine: come immagini il tuo prossimo mutamento?
Ethan sospira, lascia la risposta sospesa: «Non lo so, e va bene così. Sento di essere in un momento radicale, pronto a cambiamenti drastici. Non so ancora quale forma prenderò, quale sound, quale direzione. Ma la metamorfosi vive di questo: del non sapere e del lasciare che accada.»


Eppure, tra incertezze in divenire, la metamorfosi si fa visibile e sonora, con due date imperdibili: il 18 ottobre a ROMADIFFUSA (c/o Acquaforte Ferranti, Via dell’Arco del Monte 99A) e il 20 novembre come opening per Circuit Des Yeux a Milano (c/o Arci Bellezza, Via Giovanni Bellezza 16/A). Un invito a seguire la trasformazione mentre accade.
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Una produzione BMB Live Studio
a cura di Lavinia Venuta e Beatrice Chimenti
Hosted by House Of Finemateria
Direzione artistica di Nicole Zia
Fotografia di Jacopo Todorov
Assistente alla fotografia: Alessandro De Benetti
Styling di Nicole Zia e Isacco Gamberoni
Grooming: Claudia Melis
Hairstyling: Gabriele Marozzi
Assistente di produzione: Matteo Faccin
Regia di Mattia Boldrini
Direzione della fotografia a cura di Francesco Pio Bellisario
Montaggio di Mattia Boldrini
Color correction a cura di Francesco Pio Bellisario
Digital Cover di Matteo Libralesso
Intervista a cura di Giulia Grieco