A volte il rock si fa sogno. E un LP già molto ben funzionante, può dare alla luce un EP che lo completa. È questo il caso di Blue Lullaby. Nel giugno 2022, a un anno esatto dall’uscita del loro terzo e più celebrato album Blue Weekend, i Wolf Alice pubblicano Blue Lullaby, un EP che ripropone in chiave ballad alcuni dei brani dell’album precedente. Il risultato è una collezione di pezzi intensi, che riprendono le melodie degli originali e le re-impastano, per dare al tutto il sapore pungente e malinconico del ritorno a casa, o del rifugio, durante una tempesta (meteorologica o emotiva che sia). La raccolta si compone quindi di quattro brani (più un quinto, pubblicato successivamente) tratti dall’LP madre e completamente rielaborati in versione “lullaby”: ninna-nanne sofisticate, notturne, acustiche, in cui le strutture sonore si fanno più rarefatte, lasciando spazio all’emotività.

Già di per sé questo fatto pone Blue Lullaby come un’operazione controcorrente: sottrarre invece che aggiungere, sussurrare invece che urlare, sventando il trend di sovrapproduzione e climax digitale. Ed è proprio qui che la band guidata da Ellie Rowsell trova una nuova chiave espressiva.
L’idea di Blue Lullaby nasce dopo alcune sessioni acustiche eseguite live in radio. Il successo di queste versioni più “spoglie” convince la band londinese – composta da Ellie Rowsell (voce, chitarra), Joff Oddie (chitarra), Theo Ellis (basso) e Joel Amey (batteria) – che decide di dare forma a un progetto vero e proprio.
“Blue Lullaby came about because we wanted to strip down some of our more emotional songs from Blue Weekend and see if they hit any differently” , afferma Roswell.
Pubblicato sotto l’etichetta Dirty Hit (la stessa casa discografica dei The 1975) l’EP viene registrato a Londra sotto l’abile guida di Markus Dravs, già produttore di Blue Weekend (oltre che di Arcade Fire, Coldplay e Florence + The Machine), che decide di abbandonare quasi in toto le percussione e puntare su archi, arpe e cori. D’altra parte, Blue Weekend conteneva molte linee armoniche e stratificazioni vocali, rendendolo particolarmente adatto ad una operazione del genere. Sempre Roswell racconta come l’accompagnamento di un coro abbia amplificato l’esperienza emotiva di suonare quei pezzi: “Hearing multiple voices singing together is an unparalleled feeling for me, so I’m happy we got to record this experience and I hope people enjoy it.”
Il risultato non è affatto male.
La traccia “How can I make it OK? (Lullaby version)” apre l’EP. Dove giaceva il riff originale, ora suonano arpeggi di pianoforte e la voce di Ellie (particolarmente valorizzata da questa operazione) emerge cristallina, trattata solo con un leggero riverbero. Il brano non è reinventato, ma scolpito da una luce diversa, con un cambio di chiave e di alcuni tratti melodici.
L’apice dell’EP si ha con “Lipstick on the Glass (Lullaby Version)”, in cui la produzione osa di più, con un’arpa che rincorre i vulnerabili e intensissimi movimenti vocali di Roswell, in un’atmosfera dream pop à la Sigur Rós o Cocteau Twins.
“No Hard Feelings (Lullaby Version)” resta invece molto aderente all’originale, rischiando di apparire quasi superflua, a differenza di “Feeling Myself (Lullaby Version)“, che perde l’impianto elettronico sensuale per trasformarsi in un pezzo introspettivo, quasi cupo.
Chiude l’EP – anche se pubblicata separatamente – “The last man on Earth (Lullaby Version”, un brano già originariamente lento e poetico, che viene ulteriormente rallentato e arricchito con elementi corali, di eco pinkfloydiano. Il risultato è, soprattutto dalla seconda metà del brano, una piccola epifania musicale.
La critica ha accolto Blue Lullaby con toni generalmente positivi, lodando la raffinatezza dell’operazione, l’interpretazione vocale di Ellie Rowsell, più centrale che mai, e il modo in cui l’EP mette in risalto la scrittura melodica della band. Tuttavia, non sono mancati alcuni riferimenti alla scarsa sperimentazione da parte di Wolf Alice (alcuni recensori hanno parlato di “EP da playlist Lo-Fi” più che di un progetto pienamente artistico…) che ha scelto di reinterpretare brani già emotivamente “morbidi” e ignorando pezzi più aggressivi che avrebbero potuto sorprendere se riletti in chiave acustica, come “Delicious Things”, “Smile” o “Play the Greatest Hits”.
Non si tratta di un’opera rivoluzionaria né un esperimento radicale, questo è certo. Piuttosto, quello che ascoltiamo è un atto di cura verso il proprio materiale, un disco che vuole accompagnare ed essere suonato la notte, al di là delle calche dei concerti o dei club. Complementare alla produzione a cui ci hanno abituati i Wolf Alice, Blue Lullaby rimane l’occasione per scoprire un lato inedito di una delle band più raffinate dell’indie rock britannico contemporaneo.