Ci si aspetta che la primavera torni ogni anno, è nell’ordine naturale delle cose.
Rifiorire, invece, è una scelta.
Intervista a Marco Baroni dei Planet Funk
Blooom, il nuovo album dei Planet Funk, arriva dopo venticinque anni di storia e in un momento delicato per il collettivo, in cui guardare avanti significa prima di tutto attraversare ciò che è stato. La fioritura evocata dal titolo non è simbolica né decorativa: è una fioritura doppia, umana e artistica. «Sono entrambe imprescindibili», racconta Marco Baroni, perché quanto accaduto negli ultimi anni, la perdita di Gigi Canu dopo quella di Sergio Della Monica, ha inciso profondamente sul loro percorso, personale e creativo.

Blooom nasce da lì, da una consapevolezza quasi obbligata: per continuare serve attraversare, accettare che qualcosa resti indietro. «La vita ti pone davanti questo tipo di cose. Ma per andare avanti c’è qualcosa che va lasciato indietro, c’è da passare attraverso un po’ di sofferenza; fa parte un po’ della vita». Dentro l’album convivono lavori iniziati con chi non c’è più e nuove tracce sviluppate oggi, in una continuità che non forza la nostalgia ma nemmeno la rimuove. È piuttosto una ricerca di equilibrio: «…trovare il giusto punto fra il sentire troppo, che a volte può essere doloroso, e il non sentire niente, restare congelati. Quindi avere il coraggio di sentire, di attraversare le cose, di trovare la propria strada, la propria chiave, che sia artistica, che sia di vita, per fare comunque quello che è giusto per noi e lasciare un po’ anche la nostra impronta sul pianeta».


Ed è proprio questo il fulcro del disco: non guardare indietro per rifugiarsi, ma nemmeno spezzare il filo con ciò che è stato. Il passato resta presente come bagaglio, come energia che spinge una consapevolezza che si traduce in un modo diverso di stare dentro le cose. Più apertura, meno difese. «Siamo più genuini, più presenti», soprattutto sul palco, che resta il luogo centrale dell’esperienza Planet Funk. L’emozione prima di salire non scompare, ma cambia segno: è adrenalina, energia da trasformare, una batteria che si carica per essere restituita al pubblico.
Le fonti di ispirazione, oggi, seguono lo stesso movimento oscillante. La contemporaneità viene assorbita senza l’urgenza di rincorrerla, mentre il passato diventa territorio di esplorazione attiva: studio, ascolto, approfondimento.

Da questo dialogo nasce anche la scelta di “Nights in White Satin”, brano del 1967 che entra in repertorio con la sfrontatezza che solo le canzoni universamente belle possono permettersi.
Siete tornati con il rifacimento di Nights in White Satin, una canzone del 1967 e profondamente malinconica. Perché la scelta di questo brano?
«C’è la dimostrazione e la riprova che quando una canzone è bella e ben scritta possono passare decenni che comunque rimane bella in qualche modo, quindi era stata una cosa così voluta da Gigi e noi l’abbiamo seguito».
Portarla nel mondo Planet Funk non era scontato, ma il risultato dimostra che alcune melodie attraversano il tempo senza perdere verità. Senza saperlo, quella scelta diventa anche uno degli ultimi gesti condivisi.
Se “Nights in White Satin” tiene aperta la porta della memoria, “I Get a Rush” guarda invece dritto nel presente. Il brano parla della bellezza dell’ordinario, delle piccole cose, dell’incontro con chi ci sta accanto. È un’idea di presente concreta, abitata, che si riflette anche nel modo in cui i Planet Funk vivono la musica come relazione.

Quanto conta per voi, artisticamente, la connessione con gli altri?
«Con gli altri artisti, colleghi, è molto importante perché è sempre fondamentale la possibilità di confrontarti con qualcuno molto bravo con una carriera eccezionale alle spalle, …. alla fine la musica è un linguaggio universale anche per chi la fa, è bello vedere quello che ci accomuna che è la passione per la musica, per quello che è la musica, che rappresenta la musica come linguaggio espressivo, ognuno con il proprio modo di entrarci, di svilupparlo, perché nonostante le differenze ci capiamo, ed è proprio bello quel contatto lì che si crea trasversale fra gente che fa musica, ci si capisce in un attimo a volte; chiunque ti può insegnare qualcosa, un approccio diverso, una nota che tu non avresti messo e quindi non c’è mai una fine».
Connessione palpabile anche in “Feel Everything”, uno dei nuclei emotivi dell’album.

In Feel Everything la sensibilità viene descritta come uno sforzo quotidiano per restare umani tra l’apertura e il sovraccarico emotivo, questa condizione ha influenzato la composizione del brano?
«La prima nota di Feel Everything è nata in un momento per me molto particolare, ma anche molto luminoso, pieno di ispirazione e di amore. Ho usato quell’energia come primo spunto, e già lì c’era dentro il senso del brano. Quando poi abbiamo iniziato a svilupparlo con Dan e Alex, ci siamo interrogati anche sulle parole e, a un certo punto, stavamo prendendo un’altra direzione. Di solito non entro troppo nel merito dei testi, cerco di adattarmi, ma in quel caso sentivo di doverlo fare: quella scintilla l’avevo accesa io. Mi sembrava importante comunicare l’idea del sentire tutto, dell’essere connessi, di quanto sia difficile e bello, persino pericoloso, ma anche di quanto questo ci mantenga umani».
L’importanza di essere mutevolmente umani, come le molteplici sfaccettature dei Planet Funk, che girano attorno al sole alla ricerca di ispirazione, ma con nuova consapevolezza. Luce e ombra, trascendenza e presenza sono sempre state parti dello stesso linguaggio. Cambia però il modo di attraversarle, cambia il punto di vista.


Tornando agli esordi, “Tra Chase the Sun” e “I Get a Rush” si percepisce una differenza, sia sul piano testuale, dall’elevazione quasi trascendente al vivere pienamente il presente, sia su quello musicale. Come si è trasformata la vostra musica nel tempo?
«In realtà quella differenza c’era già all’inizio. Nel primo album convivevano estremi molto forti: Chase the Sun e Who Said erano due poli opposti, e potevano sembrare quasi schizofrenici, ma raccontavano semplicemente le diverse facce dei Planet Funk. Luce e ombra, notte e giorno. Anche I Get a Rush, pur avendo un’atmosfera più scura, non è così lontana da Chase the Sun: resta una ricerca della luce, dell’ispirazione, solo vissuta in modo diverso. Ci è sempre piaciuto muoverci all’interno del nostro spettro sonoro, tra melodie e tensione, mantenendo però un’identità riconoscibile.
Quello che è davvero cambiato oggi è l’assenza di due componenti fondamentali. Il loro approccio e il loro contributo non ci sono più, se non nelle nostre memorie e nel nostro suono. Dopo tanti anni vissuti insieme, ognuno di noi porta dentro qualcosa degli altri, ed è una cosa bellissima. Sergio diceva spesso che in questo collettivo nessuno è davvero indispensabile: siamo tutti importanti, ma il progetto viene prima dei singoli. In qualche modo aveva già intuito tutto. È chiaro che c’è stato un cambiamento, anche nel rapporto con il suono e con il mondo di oggi, e come sempre continuiamo a evolverci seguendo ciò che, in quel momento, sentiamo davvero nostro».
E dopo il presente? Il futuro resta aperto. Il palco, il tour, nuove possibili collaborazioni, chissà forse anche Billie Eilish.
Nessuna corsa, nessuna formula prestabilita. Solo l’ascolto di ciò che, di volta in volta, continua a ispirare. Blooom resta lì, come una fioritura consapevole: non un ritorno, non una rottura, ma un modo maturo di stare nel tempo.