Nella notte tra il 2 e il 3 febbraio, alla cerimonia di premiazione dei Grammy 2025, Beyoncé ha scritto un nuovo capitolo nella storia della musica vincendo il premio come miglior album country con Cowboy Carter, diventando la prima artista nera a ricevere questo riconoscimento. La vittoria, annunciata da Taylor Swift, non è solo un trionfo personale ma un simbolo di riscatto per gli afroamericani, storicamente emarginati nonostante il loro ruolo fondamentale nella nascita del genere. Un atto di riappropriazione culturale che restituisce centralità al ruolo svolto dagli artisti neri nella genesi della musica country, dando voce alle radici afroamericane troppo a lungo occultate.

Le radici nere del country: una storia dimenticata  

Il country affonda le origini nella fusione tra tradizioni europee e africane. Strumenti come il banjo, oggi icona del genere, derivano da liuti africani ricavati da zucche scavate, portati in America dagli schiavi. Come documentato nel documentario Country Music di Ken Burns, molte canzoni dei pionieri “hillbilly” erano adattamenti di spiritual, inni religiosi e opere di cantautori neri.

When the World is On Fire, spiritual nero del 1928, divenne Little Darling, Pal of Mine della Carter Family, poi trasformato nell’iconico This Land is Your Land di Woody Guthrie (esaltato anche di recente nel film A Complete Unknown sui primi anni di carriera di Bob Dylan). Un altro caso particolare è quello di “Carry Me Back to Old Virginny”, inno ufficiale della Virginia, scritto da James A. Bland, un newyorkese nero che, nel 1940, difficilmente si sarebbe trovato benvenuto nello stato che lo celebrava.

Carter Family

L’industria musicale degli anni ’20 creò una segregazione artificiale: i dischi degli artisti neri furono bollati come race records, mentre quelli bianchi come hillbilly music, nucleo del country moderno. Figure come DeFord Bailey – armonicista nero e prima stella del Grand Ole Opry – vennero emarginate nonostante il loro talento, licenziate con pretesti come “pigrizia”. Musicisti afroamericani come Lesley Riddle influenzarono segretamente leggende del calibro di Hank Williams, senza mai ottenere credito.

Western e cowboy neri: una rappresentazione mancata 

La cultura popolare ha cancellato il contributo nero nel Far West: nel Sud-Ovest pre-Guerra Civile, 1 cowboy su 4 era afroamericano. Il termine stesso “cowboy” nasce dall’epiteto dispregiativo cow-boy, rivolto agli schiavi addetti al bestiame. Recenti produzioni come The Harder They Fall (2021) hanno riportato alla luce figure storiche come Bass Reeves, primo maresciallo nero degli USA e modello per il Lone Ranger.

Fra gli individui che hanno contribuito alla riappropriazione del genere country e della cultura cowboy non può non essere menzionato il cantante, producer, direttore creativo (chi più ne ha più ne metta) Pharrel Williams, da sempre attivo nella lotta al razzismo, che, nel contesto del suo lavoro con Louis Vuitton l’anno scorso ha lanciato una collezione “cowboy-chic”, contribuendo a riportare in voga l’ambientazione country anche nella moda.

Dalle barriere al riscatto: il percorso di Beyoncé

Nel corso del secolo scorso, anche quando artisti neri riuscivano a emergere, dovevano affrontare pregiudizi e barriere, Charley Pride, unica star nera negli anni ’60-70, fu costretto a nascondere la sua razza nei comunicati stampa.

Linda Martell, pioniera negli anni ’70, abbandonò la carriera per il razzismo dell’industria. La stessa cantante ha collaborato in alcune tracce dell’album di Cowboy Carter, ed è stata anche citata da Beyoncé nei ringraziamenti sul palco.

Nel 2016, Daddy Lessons della stessa Beyoncé venne escluso dalle nomination country, e nel 2019, Old Town Road di Lil Nas X fu rimosso dalle classifiche del genere con la scusa di essere “non abbastanza country”.

Con Cowboy Carter Queen B ha sfidato nuovamente i gatekeeper: oltre al boicottaggio iniziale delle radio, l’album è stato snobbato dai Country Music Association Awards del 2024.

L’opera, definita dalla cantante “un atto di riappropriazione”, mescola country, blues e hip-hop, ricordando che il genere è sempre stato ibrido. Collaborazioni simboliche con Dolly Parton e Willie Nelson legittimano Beyoncé nel pantheon country, mentre duetti con Miley Cyrus e Post Malone attirano nuovo pubblico. 

Oltre il Grammy di Beyoncé: un terremoto culturale  

La vittoria di Beyoncé arriva in un momento di svolta. Dati allarmanti rivelano che solo l’1.6% degli artisti country firmati con major sono neri, e il Grand Ole Opry ha avuto solo tre membri neri in 100 anni. Tuttavia, nuove voci come Mickey Guyton e Tanner Adell stanno guadagnando spazio, mentre esperimenti come il “country trap” di Blanco Brown ampliano i confini del genere.  

Tanner Adell

Come ha dichiarato Beyoncé accettando il premio: “A volte genere è una parola in codice per relegare gli artisti”. Con 35 Grammy vinti, la superstar non ha bisogno di legittimazione, ma la sua scelta di sfidare i confini del genere riscrive simbolicamente una storia troppo a lungo negata.

Beyoncé e il country: la vittoria ai Grammy che riscrive la storia