A volte, più che una meta, serve il coraggio di partire. I Barkee Bay l’hanno fatto per essere fedeli a sé stessi, inseguendo una strada senza coordinate ma con l’urgenza di raccontare il proprio mondo. Backpackers, il loro primo album uscito il 30 maggio per Undamento/Planeta, non è solo un disco: è un percorso vissuto sulla pelle, tra città, spiagge e montagne, a piedi nudi e senza biglietto di ritorno, lasciando briciole dietro di sé come in una fiaba surf rock, a tratti elettronica ed anche punk.
Nati a Brescia e cresciuti tra i laghi, le montagne, i rave in garage e le fughe a Milano, Giulio Barchi (autore e chitarrista), Davide Tarragoni (produttore) e Gabriele Consiglio (chitarrista) hanno iniziato con una mappa stropicciata e una bussola rotta. Ma con un’idea chiarissima: raccontare quello che avevano dentro, senza filtri né compromessi.

“Backpackers” è il vostro primo album, ma suona come un diario scritto in corsa, con la penna che vibra su ogni parola. Che tipo di viaggio è stato scriverlo, e in che momento avete capito che era un disco?
“Non c’è stato un momento preciso in cui abbiamo deciso di fare un album” raccontano. “L’idea c’era, ma non era una decisione formale. Abbiamo fatto tanta ricerca, ci siamo chiesti che suono volessimo davvero avere, cercando di rimanere fedeli alla nostra estetica. Dopo decine di demo, abbiamo iniziato a eliminare tutto quello che non ci sembrava coerente, e da lì è nato il disco”.
Un disco che, letteralmente, è nato in viaggio. Molto è stato scritto in Australia, alla scoperta di nuovi orizzonti e ispirazioni musicali, mentre la produzione è tornata in patria con loro, “fatta a casa” nel loro spazio sicuro. “Ma quel viaggio è solo una parte del disco, ce ne sono stati molti altri che abbiamo fatto insieme e ne hanno tracciato la struttura”.
L’approccio è quello DIY, come cantano in uno dei brani più identitari del disco.
“Wild” e “DIY” sono stati i primi segnali del nuovo capitolo. Cosa rappresentano questi due brani per voi, e che ruolo hanno nel percorso che vi ha portato a “Backpackers”?
“DIY è il pezzo più diretto e senza compromessi. È come dire: noi siamo questo. Volevamo un brano che centrasse in pieno la nostra estetica e il nostro modo di lavorare. Gli unici compromessi che accettiamo sono quelli tra noi tre”.
Accanto a DIY, c’è Wild, il primo segnale di questo nuovo capitolo. Un respiro più ampio, che introduce l’atmosfera del disco come un portone spalancato sulla baia. Insieme, questi due brani hanno segnato il confine tra il prima e il dopo, tra l’istinto e la visione.
I Barkee Bay scrivono musica come se tenessero un diario a caldo: si sente il presente, si intuisce il passato, si annusa il futuro.


Nei testi sembra che abbiate sempre un piede nel presente e uno nel ricordo. Che rapporto avete con la nostalgia? È un rifugio o un rischio?
“Non è nostalgia, ma malinconia. Non è ricordare le cose belle perché non ci saranno più. È più come un sogno lucido, qualcosa che magari non hai mai vissuto davvero, ma senti molto vicino. Nel disco c’è anche un gancio verso il futuro, anche se tutto resta filtrato da una malinconia felice, piena di luce, come una foto un po’ sbiadita scattata con chi ami”.
I luoghi, nei loro testi, hanno un peso specifico. Le Dolomiti, Milano, l’Australia… ma alla fine, il cuore torna sempre a Brescia, alla provincia. “Paradossalmente, è proprio Brescia che ci ha mantenuti quelli che siamo. Milano ci ha fatto capire che vogliamo restare qui“.
E se chiedi loro quale posto li abbia cambiati di più, ti rispondono con una specie di ritorno a casa. Il viaggio, per loro, è anche restare. Restare fedeli, restare svegli, restare amici.


E a chi ascolta “Backpackers” in cuffia, cosa vorrebbero lasciare?
“Vorremmo suonare in giro il più possibile, confrontarci con le persone. Il palco è la nostra zona di comfort. Ma soprattutto vorremmo lasciare un’alternativa. In un mercato musicale sempre più omologato, la nostra filosofia è rimanere sinceri. Non viviamo fuori dal mondo, ma vogliamo continuare a fare le cose a modo nostro. Anche se può sembrare egoistico, facciamo musica prima di tutto per noi stessi: è l’unico modo per essere davvero trasparenti”.
Se Backpackers fosse uno zaino, dentro ci troveresti una chitarra, un quadernetto, una borraccia. Magari anche un paio di cuffiette, ma senza telefono: solo per fare scena.
E se ti capita di aver bisogno di una colonna sonora per una partenza, un’uscita di scena o un momento in cui ti senti perso, ecco la loro mappa:
- All’alba ascolta Uuuh, che “serve una non troppo decisa, che ti accompagni nel mood”;
- In autostrada c’è Lio Bar, “che il punto di arrivo, la conclusione perfetta di ogni serata”;
- Quando ti senti perso, Fosse l’ultima e Ragazzi della baia: “rinchiudono quel sentimento di perditudine (concedeteci questa licenza poetica), ma anche il ritrovamento dei valori di amicizia, l’importanza di stare insieme, di stare tranqui”.
Backpackers è questo: non la meta, ma il tragitto. È il suono di chi cerca, di chi si sporca, di chi sbaglia e si rialza. Di chi parte senza sapere dove va, ma con una sola certezza: ne vale sempre la pena. E alla fine, in mezzo a tutte queste corse, loro — i Barkee Bay — una traccia l’hanno lasciata. Ed è bellissima da seguire.