Ogni anno il Festival di Sanremo è uno degli eventi più attesi per celebrare, scoprire e amare nuovi talenti e nuove canzoni italiane. Ma siamo davvero sicuri che dietro questa bella festa ci sia solo l’intenzione di valorizzare la musica?
Le più grandi testate giornalistiche italiane stanno facendo emergere uno scandalo apparentemente nuovo che si cela dietro al Festival. Undici autori si sono divisi ben trenta canzoni in gara: un’impresa straordinaria o un campanello d’allarme? Come è possibile che un gruppo così ristretto di autori riesca a scrivere brani tanto diversi tra loro? Le canzoni vengono davvero scelte solo in base alla loro qualità, come sostiene Carlo Conti in un’intervista, senza tenere conto di chi le ha scritte?


Gli autori del Festival di Sanremo 2025
Tra gli autori di quest’anno, i nomi più ricorrenti sono quelli di Federica Abbate, Davide Simonetta, Davide Petrella (Tropico), Jacopo Ettorre, Blanco e Michelangelo. Una coincidenza? Certamente no. Troppe domande la cui unica risposta ci porta alla casa discografica Universal Music Publishing. Del resto, è risaputo che Universal è la maggiore casa discografica in Italia e che la sua influenza sul mercato musicale supera di gran lunga quella delle altre etichette.
Un’analisi più attenta sugli autori del Festival rivela infatti un dettaglio interessante: gli autori in questione sono tutti legati alle principali case discografiche, tra cui predominano la Warner Music, ma soprattutto la Universal Music Publishing. Il Festival di Sanremo è un momento cruciale che determina quali saranno i successi dell’anno. Chi arriva sul podio si garantisce, di fatto, un lieto fine. Le case discografiche più influenti, grazie al loro potere, sanno bene come approfittarne.

In questa edizione del Festival non parliamo di amore per la musica italiana, ma di economia e calcolo delle probabilità. Se un autore ha scritto cinque canzoni su trenta, è chiaro che incasserà una fetta enorme dei ricavi, indipendentemente da chi porterà la vittoria a casa. Più canzoni scrivi, più è alta la probabilità di vincere, tenendo anche presente che oltre alla gloria del Festival, gli autori guadagnano dai diritti d’autore che derivano da vendite, streaming e passaggi radiofonici.
Questa dinamica non è nuova, in passato grandi autori come Mogol, Franco Migliacci e Giancarlo Bigazzi hanno dominato il Festival di Sanremo. La differenza è che oggi l’accesso alle informazioni è più ampio, rendendo il monopolio più evidente e alimentando le critiche sulla scarsa varietà musicale.



Il danno infatti ricade solo sul pubblico, il quale si trova ad ascoltare canzoni con strutture e sonorità molto simili, limitando così la diversità artistica e soffocando la possibilità di scoprire nuove voci e generi musicali. Il meccanismo premia sempre gli stessi autori e produttori, creando una sorta di circuito chiuso in cui l’innovazione fatica a emergere. Allo stesso tempo, gli artisti indipendenti trovano sempre più difficile ottenere visibilità, poiché le grandi etichette controllano la distribuzione e la promozione, determinando quali brani avranno spazio nelle radio, sulle piattaforme di streaming e nei principali eventi musicali.
Il risultato? Un panorama musicale sempre più omogeneo, in cui il vero rischio creativo viene spesso sacrificato in favore di formule già collaudate e commercialmente sicure. “Parli del diavolo e spuntano le corna” riassume esattamente quello che accade quando si parla di musica italiana, dove, in ogni angolo del panorama, le major sono sempre pronte a fare la loro apparizione.