Arrivato nelle sale “The Brutalist” diretto da Brady Corbet (film già sotto i nostri riflettori per l’incredibile colonna sonora), ha colpito da subito tutti gli spettatori anche per il richiamo alle architetture brutaliste. Il film racconta la storia drammatica di László Tóth, un architetto ungherese sopravvissuto all’Olocausto. Con il grandissimo Adrien Brody ad interpretare il ruolo del protagonista, il lungometraggio esplora temi di immigrazione, capitalismo e disperazione postbellica, offrendo una narrazione complessa e coinvolgente. 

Nonostante la storia del personaggio risulti verosimile, nella realtà László Tóth non è mai esistito: Cobert ha infatti approfondito, assieme allo storico Jean-Louis Cohen, una ricerca di chi, tra gli esponenti europei dell’architettura Bauhaus e modernista, potesse avere una storia simile a quella che è poi stata scritta da Mona Fastvold. Tutti i grandi artisti del movimento, infatti, si sono in realtà trasferiti in America prima della seconda guerra mondiale. Nonostante ciò, chiunque può vedere all’interno della storia un parallelismo tra l’arte di Tòth e quella di uno dei più importanti esponenti del Bauhaus, Marcel Breuer.

Ammaliati da questo movimento, il regista ci ha incuriosito suscitando in noi una riflessione su quelle che sono le opere di questi artisti moderni e che portano nei loro progetti un’idea di rottura con la società. Abbiamo infatti pensato a come in realtà Milano sia uno dei poli italiani in cui il modernismo e le architetture brutaliste hanno avuto grande possibilità di sviluppo.

Centro di innovazione e di modernità, sono diverse le monumentali architetture geometriche che, ancora oggi, punteggiano la metropoli e che riflettono quel desiderio di futuro che la città ben rappresenta. A Milano il movimento si inserisce, infatti, in un periodo di forti trasformazioni urbane e sociali. Negli  anni ’60 e ’70 la città stava vivendo una rapida industrializzazione e modernizzazione e, gli architetti, trovarono in esso le risposte a questa fase di cambiamento realizzando edifici funzionali e dal forte impatto visivo. 

Per introdurvi all’interno di queste opere audaci e imponenti abbiamo elaborato una guida che vi racconti il contesto modernista e brutalista milanese oggi:

1. Torre Velasca – progetto dello studio BBPR

Simbolo dell’architettura brutalista milanese è stata progettata dal gruppo di architetti anche detto BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressutti e Rogers), emblematici esponenti moderni di questo movimento. Realizzata tra il 1956 e il 1968 si trova nel cuore della città, tra il centro storico e il quartiere di Porta Romana e rappresenta una fusione tra il modernismo e il linguaggio brutalista.

2. Edificio Roberto Morisi – progetto di Roberto Morisi

Nel Quartiere Casoretto, in Via Jommelli 26, il condominio residenziale ospita ad oggi appartamenti di lusso. All’esterno è caratterizzato da poggioli circolari che gli conferiscono un aspetto distintivo. La struttura presenta il cemento a vista, in pieno stile brutalista. 

3. Chiesa di San Giovanni Bono – progetto di Arrigo Arrighetti

Nel quartiere Sant’Ambrogio a Barona si trova la chiesa brutalista San Giovanni Bono. Realizzata dall’architetto Arrigo Arrighetti, presenta una struttura a forma di “tenda” decorata con piccole finestrelle in vetrocemento sulla facciata triangolare anteriore. Anche quest’opera architettonica è composta da cemento a vista.

4. Fondazione Prada – progetto di Rem Koolhaas

Con un’estetica prettamente industriale, anche Fondazione Prada è un esempio di rimando all’architettura brutalista. Progettata da Rem Koolhaas e dal suo studio OMA (Office for Metropolitan Architecture), la torre centrale, realizzata in cemento bianco alternato a ampie vetrate, si eleva al centro del complesso museale. 

Dallo Stadio di Giuseppe Meazza (San Siro) al polo universitario IULM, nel quartiere di Romolo, l’architettura brutalista punteggia la città Lombarda, lasciandoci ancora da scoprire numerose opere urbane.

The Brutalist: architetture brutaliste a Milano