A poco più di un anno dall’uscita del suo precedente lavoro, Any Other – alias Adele Altro – torna con un nuovo EP che segna una svolta artistica e personale. “Per te, che non ci sarai più” è un lavoro intimo, essenziale e diretto, nato da un’urgenza creativa che ha preso forma in modo spontaneo ma profondamente consapevole. In questa intervista ci racconta il processo che ha portato alla realizzazione del disco, il rapporto ormai consolidato con Marco Giudici, l’importanza della collaborazione con i suoi musicisti dal vivo, e il bisogno di mettersi alla prova, anche attraverso nuove lingue e sonorità. Un’occasione per entrare nel cuore di un percorso musicale che sceglie la delicatezza come forma di forza.

È passato poco più di un anno dall’uscita del tuo disco precedente: cosa ti ha spinta a tornare così presto con un nuovo lavoro?

Non ho un ottimo rapporto con il disco uscito un anno fa, e infatti devo dire che avevo bisogno di lasciarmelo presto alle spalle. Sono sicura che questo rapporto conflittuale si risolverà con il passare del tempo, ma nei mesi precedenti all’uscita di “Per te” ho proprio avvertito un istinto di fare musica che da un po’ non sentivo in modo così forte. Ho deciso di seguirlo ed eccomi qui.

In che modo è nata la collaborazione con Marco Giudici alla produzione e come si è articolato il vostro lavoro nel corso del progetto?

Io e Marco suoniamo insieme e facciamo dischi insieme da dieci e più anni ormai. All’inizio avevamo dei confini netti (lui non era presente come produttore sui miei lavori e io non lo ero come produttrice sui suoi), ma in modo molto naturale questi confini si sono mischiati, e ora co-produciamo le nostre cose reciproche sempre
insieme. Il nostro modo di essere produttori è diverso, ma quando lavoriamo alle nostre cose c’è un forte elemento affettivo (siamo migliori amici) che guida tutto il lavoro musicale

Rispetto ai tuoi lavori precedenti, più vicini al rock degli anni ’90/’00, in quest’ultima opera si avverte una svolta verso sonorità più riflessive e delicate. Questo cambiamento nasce da un’esigenza interiore di esprimere meglio certi sentimenti, oppure è avvenuto in modo più spontaneo, senza una direzione precisa?

Credo faccia parte di un cambiamento spontaneo. Gli anni passano e io come musicista e artista inevitabilmente cambio e cerco nuovi modi e forme per esprimermi. Mi farebbe strano se non fosse così! Oltretutto, questi quattro pezzi sono stati arrangiati insieme a Nicholas Remondino e Giulio Stermieri (miei cari
amici e musicisti che suonano con me dal vivo), quindi c’è anche molto di loro in questo lavoro.

In questi brani sembra esserci un bisogno forte di espiazione, di lasciare che le emozioni emergano senza filtri. C’è una coerenza tra i temi che affronti e la semplicità della voce, sostenuta da uno strumentale essenziale — un netto cambiamento rispetto a Stillness, Stop: You Have a Right to Remember. C’era qualcuno, in particolare, a cui sentivi di rivolgerti mentre scrivevi?

Non c’è un “destinatario” unico in questo lavoro. Sono d’accordo (e sono contenta che emerga!) che si tratti di un lavoro più diretto

Nell’EP emergono musicalmente e verbalmente temi legati all’infanzia, al bisogno di rassicurazioni, alla paura di non farcela da soli ma anche a una forte spinta vitale. È stata una scelta poetica e linguistica consapevole o è nato tutto in modo spontaneo, da un periodo particolare della sua vita?

Come dicevo prima, l’ep è in generale il frutto di un approccio più spontaneo al fare musica. Spontaneo non vuol dire “subito” o poco ragionato, perché oltre al bisogno c’è stata anche la scelta di voler affrontare la musica in un modo meno forzato. Quindi in qualche modo si tratta dell’insieme di spontaneità e scelte consapevoli.

Quali artisti o musicisti l’hanno accompagnata durante il periodo di scrittura e composizione? C’è stata una colonna sonora personale che ha influenzato in qualche modo il processo creativo?

Ascolto veramente tanta tanta musica diversa e non mi sento di dire che qualcosa nello specifico mi influenzi. Penso sia più la somma di tutte le esperienze come ascoltatrice, o come spettatrice di altri amici e musicisti a farmi costantemente crescere a mia volta come artista. Però lascio comunque un titolo che ultimamente ho ascoltato tanto: “MIGNONNE” di Taeko Onuki!

La seconda traccia contiene una chicca: un testo in lingua giapponese, このままでいい (Kono mama de ii). Come mai questa scelta così specifica? Nasce da un’idea particolare, magari legata al carattere musicale del brano? Qual è il messaggio del testo?

Studio giapponese da ormai quattro anni, e sono arrivata a quel punto dello studio di una lingua in cui inizia a essere possibile esprimere i propri pensieri interiori e non soltanto informazioni “base”, e quindi ho voluto provare a cimentarmi con questa lingua qui. Per me è importante inserire in quello che faccio degli elementi nuovi che mi mettano alla prova, e per questo ep l’uso di lingue diverse è stato uno di questi. Il testo parla di situazioni che ti fanno sentire stretta, di non riuscire a esprimersi molto bene, ma comunque di accettare tutte queste cose senza essere troppo duri con se stessi.

“Per te, che non ci sarai più” è il brano che chiude l’EP e, pur nella sua apparente semplicità, rivela una scrittura musicale estremamente consapevole e raffinata. Fin dai primi secondi, il pianoforte—quasi in dialogo solistico con la voce—crea un’atmosfera sospesa, con armonie che evocano, in modo sottile, sonorità orientali. Si tratta di una scelta voluta? C’è un legame con la presenza del brano in giapponese all’interno dell’EP?

Non c’è un legame diretto. Mi sento di dire però che per mia immensa fortuna suono con persone che amano la musica e cercano di approfondirla al di là della sua provenienza geografica o temporale. Per questo motivo quello che facciamo, sia individualmente sia quando suoniamo insieme, inevitabilmente viene contaminato dalla musica di epoche e luoghi diversi dal nostro. E per fortuna, direi, perché penso che questo sia un punto fondamentale per crescere come musicisti (e non solo).

Intervista a cura di Chiara Maroni e Francesca D’Amora

Any Other: la voce sottile delle emozioni forti