Vanoni cantava di un amore senza paura, Battisti si struggeva nel suo timore di innamorarsi troppo. Brunori le inveiva contro, a Tutti Fenomeni ricordava il vuoto.
La paura e l’amore: da Battisti a Pavese
La paura ha un ruolo centrale nella produzione musicale e letteraria: è un istinto ancestrale, biologico e ineluttabile. “Lei è grande, può smettere di avere paura”, dice Han Kang a una donna che vuole rifugiarsi nel mutismo. Un Pavese un po’ battistiano sosteneva che avere paura d’amare è già amore. Per entrambi il rischio è immanente all’amore, una condizione imprescindibile dell’amare, di cui, invece, cerchiamo di liberarci a tutti i costi. Se accettare la paura è condizione dell’amore, lo è anche la sofferenza: c’era una spada tra noi, è la frase di chi si è amato, e non ti amo. Nella maggior parte dei casi, la paura viene cantata come qualcosa da cui salvarsi, o da cui essere salvati. Prima Stanza A Destra si chiede chi lo libererà, Dalla la rifugge nella solitudine sconfinata e senza rimedio della notte.
La paura in tasca di Anna Castiglia
Per Anna Castiglia, che le dedica un intero album, invece, è un accessorio, forse un po’ ingombrante, ma fedele. Un qualcosa che ci trasciniamo dietro con fare distratto, come uno scontrino dimenticato nella tasca destra dei jeans. “La paura in tasca” è attraversato da tutti i satelliti che gravitano attorno alla paura: l’amore, la solitudine, l’identità, il futuro.
La traccia più intimista dell’album è “Se ti guardo come gli altri”, sostenuta da un’ossatura ritmica essenziale e sottile che privilegia i bassi. Il brano è il canto di un amore finito senza andarsene. Che porta a chiedersi cosa fare, quando una storia finisce, con tutto l’amore che resta, ma da cui possono crescere solo fiori secchi. Quando lo sguardo d’amore non sublima più, ma ridimensiona e devitalizza, in un mare di “solitudini accoglienti”.
Non per ritmi, ma a livello di contenuto, il brano rievoca “è da tanto che non dico ti amo”, pezzo a tratti pop-funk falsamente allegro, che trasforma in sorriso anche l’ultimo pianto, direbbe Dalla, in cui la paura fa da retroterra all’ironia.
La paura in rapporto con l’amore
La paura abbraccia anche l’identità, e il suo rapporto con l’amore. Amare come conoscere e riconoscersi, anche quando si cede al cambiamento, anche se nello specchio c’è uno sconosciuto. Castiglia non chiede di essere conosciuta, ma di essere riconosciuta nell’eterno mutare. In “Niente di me” esalta l’incoerenza, racconta un’identità frastagliata e contraddittoria, che invece è solo viva. La melodia segue l’incongruità e i ritmi incalzano e decrescono per restituire movimento e poliedricità. Giocare con i tempi è tipico della cantautrice, basta far caso ai ritmi convulsi e sovrapposti di “Ho finito i pezzi latin”, tra note di Bossa, Samba, autoironia e la mano dei Selton. Castiglia canta la paura di deludere sé e gli altri quando si cambia senza scelta, perché un giorno ci si sveglia e non ci si riconosce più. E allora bisogna chiedersi: conoscersi o essere riconosciuti? L’identità viene resa come qualcosa di vivo che non si piega, ma si frantuma e contraddice. E non si nasconde la voglia di essere amati, visti, capiti come moltitudini, pezzi sparsi che forse, però, non hanno senso per nessuno, come i generi trasversali al brano.
E, allora, se tutto parlasse potremmo capirci? O forse saremmo ancora più soli. Sono le parole o è il silenzio a condannarci alla solitudine, all’incomunicabilità? – si chiede Castiglia ne “L’alito sonoro”. Forse l’amore può portare a capirci? O è diventato solo una lista di requisiti da soddisfare, la ricerca, tra più persone intercambiabili, dell’ultimo modello? Sono le domande che ci lasciano sia “La nuova stagione” che “Coppia che abbaia”, gioielli acustici.
Tornare a balbettare, a tremare un po’
La paura in tasca è un album che si chiede tante cose diverse: come fare pace con un cuore che non si conosce più, con il desiderio di essere riconosciuti, con la paura sotterranea che attraversa ogni cosa e con le mutazioni dell’amore. E, ancora, come lasciare andare, anche quando l’amore non se ne va. Che esorta a “vivere senza cercare una risposta ma con sole domande in tasca”, come scrive Castiglia ne “La paura in tasca”, la title track.
I brani invitano al dubbio, al timore, alla frammentazione, alla resa alla natura mutevole di ogni cosa: noi, l’amore o la paura. Forse, “La paura in tasca” vuole solo suggerire che l’unico rimedio alle “solitudini accoglienti” è tornare a balbettare, a tremare un po’.