Tra ricordi familiari e visioni urbane, il compositore e musicista Angelo Trabace ci conduce dentro il mondo di Abbash, un lavoro sonoro che scava nel personale senza rinunciare a uno sguardo più ampio. Lo fa scegliendo la Casa degli Artisti come spazio di debutto, in un dialogo tra musica e arti visive. In questa intervista ci racconta il ruolo del silenzio nella sua scrittura, il legame con la famiglia, e il filo invisibile che unisce Sbarco e Abbash. Senza ansia per il futuro, ma con lo sguardo rivolto all’essenziale.

Cosa ti lega alla Casa degli Artisti, da sceglierlo anche per il debutto di Abbash?

È uno spazio che ospita ancora degli atelier, e io sono da sempre appassionato di arti visive.
Quindi, la prima motivazione è proprio l’idea di portare la musica in un luogo dove si fa anche arte.
La seconda è più semplice: lì c’è un pianoforte a coda.

C’è un passaggio, un’immagine o un suono che per te ha avuto un significato particolare durante la serata?

Il silenzio. È qualcosa che mi affascina anche in tutta la fase compositiva.
Trovo interessante lasciare spazio nella musica: capire cosa non suonare, più che cosa suonare. Il silenzio ha a che fare con il fare pace con le nostre ansie. Conosciamo tutti il suo valore simbolico e concettuale.
In questo periodo, mi interessa cercarlo nella musica e provare ad abitarlo.

Qual è il filo che lega “Sbarco” (il tuo primo album) e “Abbash”, così diversi ma evidentemente connessi? e cosa invece li distingue? 

Il filo che li lega è il fatto che io non vivo nel mio paese d’origine. Probabilmente scrivo queste musiche proprio pensando a ciò che mi manca. Se vivessi lì, forse farei un altro tipo di musica, non lo so.
Ma sicuramente c’è questo desiderio costante: la mia vita si svolge in città, ma sento un’attrazione fortissima verso quei luoghi. A volte mi capita proprio di immaginare, di “teletrasportarmi” in posti che ho visto da bambino. Sia in Sbarco che in Abbash è successa questa cosa.

Quanto ha contato, in questo viaggio sonoro, il ritrovarsi in famiglia?

È stato molto importante. Comporre e suonare insieme a mio fratello e a mio padre è stato un modo nostro per elaborare un lutto. Scrivere queste musiche ci è servito anche per ricomporci, tra di noi.

Come riesci a tenere insieme i tuoi lavori nella scena pop italiana con lavori più sperimentali e “colti”? Si influenzano a vicenda?

L’aspetto narrativo, che coltivo anche lavorando con i cantautori — e grazie alla mia passione per la letteratura — ha sicuramente un’influenza. Anche quando compongo musica strumentale, mi interessa che ci sia una narrazione, magari anche a posteriori, non per forza pensata prima. A volte mi piace essere spettatore di quello che ho scritto, e cercare di leggerci dentro una storia: è qualcosa che i cantautori sanno fare benissimo.

Guardando al futuro, che tipo di percorso immagini per Abbash?

Questa è una bella domanda. Diciamo che ho smesso di preoccuparmi del futuro.

Un’intervista a cura di Francesca D’Amora e Maria Francesca Begossi
Foto di Michele Battilomo

Abbash di Angelo Trabace: il silenzio, la memoria, la città