Roma, 17 ottobre.
Prima regola: lasciare fuori tutto. Tasche vuote, testa sgombra, telefoni spenti. Si viene per ascoltare e guardare senza interferenze, per concedere tempo a Una lunghissima ombra, il nuovo progetto di Andrea Laszlo De Simone.
In sala si entra in pochi, con la curiosità di chi ha scelto di concedere tempo e attenzione a un doppio album pubblicato da 42 Records e a un film che lo abita dall’interno.
L’artista torinese torna così dopo Uomo Donna (2017); in mezzo, la parentesi cinematografica di Le Règne animal, premiata ai César, e l’EP Immensità, e lo fa espandendo la dimensione del progetto senza tradire quella sua vocazione all’intimità che da sempre gli tiene la mano.

Gli spettatori sono chiamati a entrare in una cupola geodetica, dove il buio, una proiezione essenziale e l’audio spazializzato costruiscono un perimetro di presenza. Tutto è ridotto all’essenziale: quindici diffusori a disegnare traiettorie intorno al corpo, dieci sedute, il suono che non “arriva” ma accade nello spazio.
La bolla non è solo rifugio: è mise en scène dell’ombra, un luogo che isola per rivelare.
L’esperienza è concepita come estensione concettuale dell’album stesso: Una Grandissima Ombra di Andrea Laszlo De Simone è un lavoro che parla di isolamento, di intrusioni mentali, di quella zona grigia dove i pensieri si fanno eco e la realtà si deforma.
All’interno della cupola la metafora è elementare e, proprio per questo, efficace: la luce come inquadratura fissa del reale, “l’oggetto” come parola-canzone, la musica come ombra proiettata sulle cose. Una piccola liturgia laica dell’ascolto e del sentire: osservare la scia che le idee lasciano quando passano e quando tornano, perché tornano sempre.

La bolla diventa la traduzione fisica di questa idea, un ventre sonoro dove rifugiarsi e, insieme, un luogo in cui fare i conti con la propria interiorità.
La proporzione tra suono, pause e respiro è perfettamente bilanciata. Nelle immagini scorrono paesaggi naturali e antropici: una macchina che resta immobile mentre il mondo scorre, la foschia che si dirada all’alba, il moto ipnotico di una giostra. In quella frizione tra fissità e movimento si disegna già un racconto: il tentativo di dare una forma visibile all’attrito tra l’io e ciò che lo circonda.
Vissuto nella cupola, il progetto chiarisce il proprio baricentro. L’acustica che ti gira intorno e la proiezione essenziale ti rieducano alla scala delle cose. La voce ha quella strana doppiezza di distanza e prossimità che De Simone conosce bene; gli arrangiamenti acquistano volume fisico; le pause smettono di essere vuoti e diventano stanze. E capisci perché la richiesta di spegnere i telefoni non è un capriccio ma la condizione per lasciare che la musica faccia quello per cui è nata: abitarti per un po’, con discrezione.
Una poesia audiovisiva. L’album di Andrea Laszlo De Simone come spazio continuo
Il disco (doppio, 17 brani, 67 minuti) è la forma musicale di un progetto più ampio: non solo canzoni, ma un’opera audiovisiva che Laszlo De Simone ha cucito con pazienza cinematografica, come già lasciavano intuire le anticipazioni degli ultimi mesi.
Il film legato al nuovo lavoro dell’artista era infatti già comparso a maggio in una versione essenziale, affidata soltanto al respiro dell’ambiente; ora riemerge nella forma definitiva, con le canzoni al loro posto, in coincidenza con l’uscita del disco.


Il risultato è un continuum che alterna rarefazioni e aperture orchestrali, in cui il pop sinfonico dell’autore torinese si piega verso una scrittura più tattile, fatta di riverberi, respiri, scarti di luce. Una “poesia visiva” che trova nel supporto fisico della cupola la sua cassa armonica ideale.
Nella struttura, il disco sceglie una mappa chiara: un’apertura in “Il buio” e quattro stazioni strumentali — “Neon”, “Diffrazione”, “Spiragli”, “Rifrazione” — che non sono intermezzi ma cerniere, tessuti connettivi, corridoi in cui la temperatura emotiva cambia di grado.
La lingua musicale resta quella che ha scolpito la sua firma: la canzone italiana degli anni Sessanta, un’orchestrazione sinfonica ampia che però non dilaga mai, piccoli innesti psichedelici, passaggi più ruvidi, field recording, punte di musica concreta ed elettronica. Il pregio sta nella continuità: i materiali dialogano senza sovrapporsi, come se ogni suono valesse per ciò che aggiunge e per ciò che toglie.
Verso nuove proiezioni
Quindi, da dove nasce un’ombra?
Da un punto di luce che incontra un corpo e ne proietta la forma: un gesto di fisica emotiva, che mostra la traccia che l’interiorità lascia sul mondo.
Una Grandissima Ombra diventa così un ritorno verso l’interno, ma anche l’inizio di un nuovo movimento.
L’opera è insieme un ritorno e una ripartenza: chi non c’era — o chi vorrà tornarci dentro — avrà un’altra occasione: il 7 dicembre, al Cinema Barberini di Roma, doppia proiezione mattutina (ore 12:00 e 13:30) su grande schermo, con un ascolto condiviso in una geometria diversa.Altre date seguiranno, segnando la traiettoria di un lavoro che non si esaurisce in un formato ma si rinnova ogni volta che trova un corpo, un luogo, un pubblico disposto a lasciarsi attraversare. Come dentro a Una lunghissima ombra.