“All’inizio c’è la fortuna del principiante”, inizia così l’intervista con Giovanni Toscano, che ci racconta cosa ha provato all’uscita del suo secondo album, “Un Posto Migliore”, che rappresenta per lui un traguardo, una vittoria che gli ha fatto capire quanto la musica conti per lui.
“Un Posto Migliore” esplora temi universali come l’amore, l’amicizia, la famiglia e i ricordi. Ogni traccia è un racconto intimo che si intreccia con sensazioni di malinconia, ma al tempo stesso con una voglia di andare avanti, mantenendo viva la capacità di stupirsi e di apprezzare i piccoli momenti quotidiani. Noi di BMB Live Studio gabbiamo fatto qualche domanda al cantautore per andare affondo al “suo posto migliore”, alle sue sensazioni ed ai segreti che si celano dietro la creazione di questo lavoro.

Il tuo album è un viaggio tra emozioni e riflessioni profonde. C’è stata una canzone che hai scritto di getto e una che invece ti ha messo più in difficoltà?
Allora, di getto sicuramente ho scritto più canzoni, diciamo, più esperienziali, diciamo, tipo “Piccolo Tornado”, che è un pezzo che ho scritto proprio appena tornato da questa esperienza bellissima su quest’isola greca, dove non c’è niente. Tra i pezzi forse più complessi, direi sicuramente la genesi di “Riunioni di Condominio”, che è stato un lavoro più a fasi.
Qual è stata la prima immagine o sensazione che ha dato vita a questo disco?
Beh… non saprei, però sicuramente come sensazione c’è stato un momento in cui (forse legato anche a qualche risposta lavorativa che aspettavo, che poi è stato un “no”, o “qualche no”) mi sono chiesto: “ma aspetta, Giovanni, al di là del suo lavoro, chi è? Come può essere felice?”
E quindi da lì è partita questa riflessione che penso sia molto importante, o almeno per me lo è. Cioè alla fine trovare una soddisfazione, una pienezza, al di là da tutte quelle che sono le richieste della società, è fondamentale.


Sei cantautore, attore, scrittore e regista. Come si influenzano tra loro questi diversi linguaggi nella tua espressione artistica?
Tutto è partito dalla recitazione e in un’accademia di recitazione la prima cosa che poi fai, è quella di capire che devi essere sempre vero, qualsiasi sia la verità della scena, non puoi fingere. E questa cosa mi ha aiutato a sbloccare la scrittura. Poi la scrittura ha ricontaminato la recitazione; la psicanalisi e il viaggio hanno influenzato poi la scrittura, quindi tutte sono discipline che si influenzano a vicenda.
Se dovessi trasformare questo album in un film, che genere sarebbe e chi vorresti come regista?
Sarebbe sicuramente un film di formazione, ci vedrei sicuramente un viaggio. C’è un film bellissimo di Cuarón, uno dei primi, che si chiama “Y tu mamà también”, che parla di due amici che si ritrovano a fare un viaggio, credo per il Messico rurale, insieme ad una donna molto più grande di loro, appena divorziata, che forse di ritrova in questo frangente scappando proprio dal suo matrimonio. Così questo strano trio si ritrova e, in un modo o nell’altro, inizia a cercare la propria identità. I protagonisti, un’identità di giovani uomini, mentre la ragazza, una nuova identità di donna. Una donna che si è lasciata, che quindi non è più figlia, non è più moglie, ma donna. Poi penso che potrebbe essere un film così.

La title track “Un posto migliore” chiude il disco con un messaggio di condivisione e amicizia. Qual è il tuo “posto migliore” oggi?
Il mio posto migliore sicuramente sono le persone. Alla fine anche quando vado in viaggio, per quanto possa vedere posti incredibili, se poi non trovo persone con cui condividere le cose che sento in quel momento ascoltando anche le loro, non funziona. Quindi penso che il posto migliore siano gli affetti; i luoghi fisici cambiano in base all’umore.
Mentre “Che cosa vuoi” è una riflessione profonda sui desideri e le aspettative sociali. Secondo te, siamo mai davvero liberi di scegliere cosa vogliamo?
Secondo me è molto difficile scegliere cosa vogliamo. Io, diciamo, ho avuto la fortuna-sfortuna che dopo liceo ero molto confuso e non sapevo cosa fare: questa cosa mi ha costretto a chiedermi cosa voglio veramente?
Quindi consapevolmente ho iniziato a fare quello che effettivamente mi piaceva. Però anche quello che mi piace ha delle implicazioni abbastanza pesanti, perché comunque quando hai a che fare con discipline artistiche (ma non solo) c’è una ricerca di affermazione molto forte, di successo, e quindi lì iniziano i problemi. Però un posto migliore serve anche a questa: “ok, sì, va bene, l’obiettivo è giusto, però aspetta, ma perché lo faccio? È una cosa che voglio dalla mia vita veramente?”. Però è difficile.

Hai lavorato con più produttori nel disco: com’è stato gestire le diverse collaborazioni e come hanno influito sul risultato finale? E lavorare invece con Emma Nolde e Assurdite?
Avendo molto chiaro quello che volevo raccontare in questo disco, è stato abbastanza facile unire anche diverse persone. La maggior parte dei brani comunque l’ho fatto con il mio amico e produttore di fiducia, Leonardo Ruzzi, mentre con Assurditè e con Emma Nolde è stato molto naturale, spontaneo.
Comunque per me il rapporto con la femminilità è molto importante, perché rappresenta anche un po’ quella che è stata la mia crescita, con due sorelle. I brani sono comunque due pezzi molto diversi, che credo che rispecchino molto sia me, ma soprattutto loro. E niente, sono felice di questa collaborazione.