Album o singoli: chi ha la meglio nel 2025? Dopo anni di devozione alle hit e alle playlist, sembra esserci un ritorno di interesse verso progetti musicali completi e articolati, ma come spiegare questa evoluzione? La risposta è complessa, e ha a che fare con tre attori principali: la tecnologia, il mercato e il tempo.

Album o singoli: la musica è anche tecnologia (ed economia)

Quando si pensa alla musica, si pensa spesso in modo quasi esclusivo alla sua dimensione di arte, di espressione intima, di racconto di storie ed immaginari: questa è la sua componente più emotiva ed è quindi normale che sia quella che acquista più evidenza. C’è tuttavia un aspetto di cui bisognerebbe tenere conto allo stesso modo, anche perché è altrettanto potente, e cioè che la musica è anche tecnologia.

Tutta la storia della musica – e specialmente di quella cosiddetta popolare – è legata in modo imprescindibile ai “macchinari” grazie ai quali è stata prodotta e ai supporti tecnologici che l’hanno divulgata, o forse dovremmo dire, che hanno contribuito a plasmarla, con annesse tutte le economie del caso (stiamo parlando pur sempre di music business).

È evidente come, ad esempio, la digitalizzazione dello studio di registrazione abbia modificato profondamente il lavoro del producer, che ora può ottenere risultati dignitosi anche con un comune laptop; oppure come il passaggio dal giradischi al walkman abbia trasformato completamente l’esperienza di ascolto, da collettiva a strettamente personale. E tantissimi altri sarebbero gli esempi che potremmo fare: ma qui vogliamo soffermarci su una riflessione in particolare, ossia su come la tecnologia e l’organizzazione dei ricavi dell’industria abbiano modificato il rapporto tra il formato “album” e il formato “singolo”, soprattutto negli ultimi tempi.

Streaming e frammentazione: il regno dei singoli

Dopo decenni di album pubblicati su cassette e CD, lo streaming ha provocato una frattura nel sistema: improvvisamente, artisti e ascoltatori si sono ritrovati nel regno delle hit virali, singole canzoni in grado di macinare ascolti in tutto il mondo, spesso lanciate e sostenute dai social, e raccolte in playlist a seconda del mood che comunicano.

Il singolo si è imposto come il formato vincente, capace di arrivare con i primi secondi e di catturare l’attenzione dell’ascoltatore tra la miriade di brani condivisi ogni giorno. L’ascolto si è frammentato, e l’utente si è visto accentrare praticamente tutto il potere nelle sue mani (anzi, dita), che hanno potuto iniziare a selezionare, skippare, andare avanti o indietro in libertà (skip limitati a parte).

Il ritorno dell’album tra romanticizzazione ed economia

Eppure, negli ultimi anni sembra che qualcosa stia mutando: i singoli sembrano essere tornati più di frequente a svolgere una funzione di traino per il corpo di lavoro più complesso di cui sono solo una parte e a cui sembra debbano essere destinati maggiore impegno e maggiore attenzione. Romanticizzando il processo in atto, potremmo individuare una volontà degli artisti di riprendersi il giusto tempo, di impiegare più note e più parole per poter esprimere un concetto, costruire un racconto, un immaginario, un mondo – processo che potrebbe richiamare, a ben vedere, il “ritorno alla vita lenta” tanto rappresentato sui social.

Come dicevamo in apertura, però, non dobbiamo tralasciare l’aspetto economico, chiaramente molto rilevante: l’affermazione delle piattaforme digitali ha sconvolto il mercato musicale, facendo crollare i ricavi della musica registrata. L’industria, dopo diversi anni, sembra ora aver trovato l’antidoto al pensiero dilagante “perché comprare un supporto fisico, quando si può avere accesso a tutte le canzoni del passato e del presente con un click?”. E il rimedio è questo: presentare l’album musicale come valore aggiunto per l’ascoltatore. 

Tornare a puntare sul formato esteso, inteso come progetto composito, sviluppato a 360 gradi, collegato a visual forti e distintivi e ad iniziative collaterali, diventa una decisione strategica e redditizia. Il longplay così concepito permette in effetti di tornare a vendere il supporto fisico – cd o, ancora meglio, vinile – realizzato in edizioni limitate o in molteplici varianti da collezionare, come ha furbamente fatto Taylor Swift con il suo recente “The life of a showgirl”, divenuto l’album con più copie vendute negli USA nella prima settimana dall’uscita, con decine di versioni in commercio. Le vendite di vinili in aumento per il 18esimo anno di fila (secondo il Global Music Report 2025 di IFPI) ne sono un’altra dimostrazione. 

L’uscita dell’album può poi essere “sfruttata” per creare esperienze, come pop-up shop, mostre, collaborazioni con brand; e ancora, ogni disco o ogni “era” può avere il suo merchandising, anche questo fonte vitale di introiti e oggetto di collezionismo da parte della fanbase.

Dal lato loro, vuoi un po’ per FOMO (ndr fear of missing out), vuoi un po’ per sana volontà di tornare a far parte – tutti insieme – di qualcosa di unico e grande e potente, gli ascoltatori hanno iniziato ad abbracciare questi progetti imponenti, ad impadronirsi del loro immaginario, stile o vibe, in cui identificarsi e poter esprimere se stessi – ricordiamo tutti la “brat summer” del 2024, trend legato a “BRAT” di Charli xcx. Far parte di un’era, essere presenti, e poterlo dimostrare con oggetti tangibili diventa un elemento importante della propria personalità.

Album o singoli: la storia si ripete?

Nel passato, troviamo una situazione per certi versi simile negli anni ’60, quando, dopo il grande successo dei 45 giri, che avevano accompagnato il tempo libero dei giovani con canzoni spesso e volentieri legate al ballo e alla socialità, si sono fatti strada i 33 giri, e con essi la rivoluzione che ha dato origine all’idea di “concept album” impegnato, che, dai Beatles in poi, è diventata la forma d’espressione comune e dall’alto spessore artistico del rock.

Non sappiamo dire se il ritorno d’interesse verso l’album ai giorni nostri avrà la stessa portata, anche perché singoli, playlist, EP e collaborazioni sono ancora largamente impiegati ed apprezzati. Semmai, si sta consolidando sempre di più una coesistenza tra le due tipologie di progetti: in questo quadro, prediligere il formato dell’album nel 2025 è una scelta che ci parla di strategie tecnologiche ed economiche, certo, ma – forse – suggerisce anche di abitudini in mutazione, di bisogni artistici ed identitari, e di un tempo che abbiamo necessità di riprenderci, fosse anche solo quello presente, per dire “Io c’ero”.

Album o singoli? Ce lo dicono tecnologia, economia e il tempo che vogliamo riprenderci