Scoprire musica nuova è una delle cose più belle di un festival: lasciarsi sorprendere da un nome mai sentito, finire sotto un palco per caso e uscirne con una nuova ossessione. Eppure, in ogni lineup ci sono artisti che sembrano avere una calamita tutta loro, quelli che catalizzano l’attenzione e si prendono la scena ancora prima di salire sul palco. Al C2C ce ne sono parecchi: tra icone pop, visionari dell’elettronica e protagonisti di culto, ecco alcuni nomi da segnare in agenda e qualche buon motivo per non lasciarseli scappare.
Robyn: la regina del dancefloor malinconico
Ci sono artisti che scrivono canzoni e artisti che riescono a trasformare un sentimento in un’esperienza collettiva. Robyn appartiene decisamente alla seconda categoria. Icona del synth-pop svedese, ha fatto della malinconia sentimentale una materia da dancefloor, trasformando cuori spezzati e solitudini urbane in inni generazionali come Dancing On My Own e With Every Heartbeat. Al C2C è l’occasione per ritrovarsi a cantare a squarciagola con perfetti sconosciuti, ricordandosi che a volte la miglior terapia è una cassa dritta e un ritornello devastante.

Arca: benvenuti nel suo universo
Se il pop ha delle regole, Arca sembra divertirsi parecchio a smontarle. Produttrice, performer e artista venezuelana, è una delle figure più radicali dell’elettronica contemporanea, capace di muoversi tra sperimentazione sonora, club culture e forme di pop completamente decostruite. Il suo vero territorio è un universo in continua mutazione, in cui suono, corpo e immagine diventano strumenti per mettere in discussione ogni convenzione e dal vivo, questa tensione si traduce in un’esperienza imprevedibile, tra performance e dimensione audiovisiva.

Yung Lean & Bladee: Welcome to the Dark Side
Prima che l’estetica internet diventasse un linguaggio condiviso, Yung Lean e Bladee stavano già costruendo il proprio mondo. Tra cloud rap, melodie eteree, malinconia digitale e immagini che sembrano provenire da un sogno febbrile, i due artisti svedesi hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra musica, identità e cultura online. La loro musica sembra arrivare da un internet parallelo, fatto di nostalgia per qualcosa che forse non è mai esistito, connessioni emotive e paesaggi sonori sospesi. Vederli insieme significa entrare in un immaginario molto preciso, dove sentirsi fuori posto diventa quasi una forma di appartenenza.

Kelela: per ballare senza sosta
Kelela è la dimostrazione che un dancefloor può essere anche uno spazio di intimità. La cantante statunitense ha costruito un linguaggio personale in cui R&B alternativo, bass music e sperimentazione elettronica si incontrano senza perdere calore. In album come Take Me Apart e Raven, la voce diventa il filo che tiene insieme produzioni futuristiche, ritmi da club e una scrittura capace di esplorare desiderio, vulnerabilità e trasformazione. Al C2C è il nome da recuperare se si cerca un’esperienza immersiva, sensuale e sofisticata, in cui lasciarsi andare non significa necessariamente smettere di pensare.

The Avalanches: un collage di ricordi
Immaginate di prendere migliaia di frammenti musicali, voci dimenticate, melodie familiari e suoni provenienti da epoche diverse, per poi ricomporli in qualcosa che sembra avere sempre avuto una sua forma. È il mondo dei The Avalanches, collettivo australiano diventato un punto di riferimento per il sampledelia grazie a Since I Left You, album che ha trasformato il campionamento in una vera e propria architettura emotiva. La loro musica procede per associazioni, accumuli e sorprese: ogni dettaglio sembra aprire una porta su un altro ricordo, anche quando non si riesce a riconoscere da dove arrivi.

BADBADNOTGOOD: non il solito jazz (menomale)
Dimenticate l’idea del jazz come un genere da ascoltare in silenzio, con un’espressione concentrata a cercare di decifrare i virtuosismi.. I BADBADNOTGOOD sono un collettivo canadese che ha portato il linguaggio jazzistico a dialogare con hip-hop, soul ed elettronica, costruendo un suono aperto, contemporaneo e in continua evoluzione. Il loro punto di forza è l’intesa tra i musicisti: le strutture si aprono, i ritmi cambiano direzione e ogni strumento sembra rispondere a una conversazione che si svolge in tempo reale. Sono il nome perfetto per chi vuole scoprire un lato diverso del festival, lasciandosi guidare dal groove anche senza conoscere a memoria la loro discografia.

Shygirl: un perfetto gioco di parole
Shygirl non sembra particolarmente interessata a chiedere il permesso. Rapper, cantante e figura di spicco della scena club britannica, ha costruito un immaginario che attraversa hyperpop, elettronica sperimentale e rap, giocando con sensualità, provocazione e identità senza preoccuparsi troppo dei confini tra generi. La sua musica è diretta, fisica e volutamente sfacciata, ma dietro l’attitudine provocatoria c’è anche una riflessione sul controllo della propria immagine e sulla libertà di riscriversi continuamente. Da segnare in agenda per chi cerca un set con cui perdere la compostezza e ritrovare, almeno per una notte, la propria versione più audace.