In carcere il cielo è qualcosa che si vede attraverso una finestra. È uno spazio lontano, quasi irraggiungibile. Ma cosa succede quando, dentro quelle stesse stanze, arriva la musica?

Con questa domanda si apre il nuovo documentario “ Il cielo in una stanza” con Sayf diretto da Yuri Dellacasa, che porta l’artista all’interno della Casa di Reclusione di Chiavari per incontrare alcuni ragazzi detenuti e condividere con loro un luogo composto di parole e musica.
Un progetto, disponibile per tutti su YouTube, attraverso il quale l’artista ha aiutato i detenuti a cercare uno sguardo verso il futuro diverso, offrendogli la possibilità di esprimersi grazie alla scrittura in rima.

La musica come spazio di libertà

La musica di Sayf è uno spazio di libertà. Fare musica, scrivere un testo, ti permette di “dire ciò che pensi”, un modo per evadere da una realtà frastagliata tra le regole. Costruire una rima significa mettere a terra, nero su bianco, pensieri, esperienze e raccontare qualcosa di concreto. Il rap, in particolare, nasce spesso dal bisogno di esprimere ciò che si ha dentro, buttare fuori in modo immediato e personale errori, rabbia, paure e desideri.

Nel documentario “Il cielo in una stanza”, la musica diventa il mezzo, colei che spalanca le porte verso l’esterno. Le sbarre sono immobili, la realtà del carcere non può essere certo modificata ma, grazie alla musica, si è in grado di raccontare la propria esperienza e di condividere quelli che sono i propri sogni per il futuro.

Dare una voce ai propri errori, senza cancellarli e vedere nelle canzoni la possibilità di raccontare ciò che è successo, dando la possibilità di avere un nuovo “spazio” di espressione a chi spesso in carcere si sente schiacciato nella cella.

Il lavoro di scrittura dei giovani detenuti con Sayf

Ognuno dei partecipanti del documentario “Il cielo in una stanza”, racconta se stesso confrontandosi con Sayf e con Claudio Cabona, autore del progetto. Tutte le parole hanno un peso all’interno del progetto e sono frutto di consapevolezza, racconti di passato, responsabilità e possibilità.

La musica non è una scorciatoia per ricominciare. Può però essere uno degli strumenti attraverso cui iniziare a mettere ordine nei propri pensieri, soffermandosi sul proprio passato e immaginando quello che potrà essere un nuovo futuro.

Sayf entra in relazione con i ragazzi, li ascolta e condivide con loro lo stesso linguaggio: così anche le distanze si accorciano. La musica diventa un terreno comune, un modo per entrare in contatto non solo con se stessi ma anche con le persone che ci circondano.
Yuri Dellacasa riesce così a creare una dimensione di condivisione tra l’artista e i detenuti che, durante l’ora d’aria, si destreggiano a rappare insieme.

La domanda più interessante, alla fine, non riguarda solo ciò  che la musica può fare all’interno di un luogo come il carcere, ma tutto ciò che può lasciare una volta usciti al di fuori di esso. 

Un laboratorio musicale può diventare un’occasione per imparare ad ascoltare gli altri e trovare, allo stesso tempo, una propria voce.  Può creare una relazione con qualcuno, restituire un senso di appartenenza e, soprattutto, ricordare che la propria identità non coincide con l’errore commesso.

“Il cielo in una stanza” titolo ispirato al celebre brano di Gino Paoli,  diventa una metafora per raccontare quella libertà che si intravede non solo oltre le finestre ma che può essere costruita attraverso la propria espressione musicale.

Dentro il carcere, la musica apre uno spazio di libertà: il documentario “Il cielo in una stanza”