Croissant, baguette, toast e sandwich sembrano appena usciti dal forno. In realtà sono completamente vuoti: l’artista sudcoreana Jimin Lee trasforma oggetti quotidiani in sculture leggere che giocano con la nostra percezione.

A prima vista viene quasi spontaneo pensare al profumo del pane caldo. Un croissant dorato, una baguette dalla superficie croccante, una fetta di toast leggermente bruciata ai bordi. Tutto sembra avere il peso, la consistenza e persino la temperatura di qualcosa appena uscito dal forno.

Poi ci si avvicina.

E ci si accorge che dentro non c’è niente.

È proprio su questo piccolo cortocircuito tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo che si costruisce FAKERY, il progetto dell’artista sudcoreana Jimin Lee. Una sorta di panetteria impossibile in cui il cibo è esposto, ma non può essere mangiato. Il suo aspetto è quello di un oggetto quotidiano, mentre la sua natura è completamente diversa: non più qualcosa da consumare, ma qualcosa da guardare.

Il pane, ma senza il pane

Jimin Lee è nata nel 1999 e ha studiato Fiber Arts alla Ewha Womans University di Seoul. Il suo lavoro parte proprio dalla possibilità di utilizzare materiali tessili e strutture leggere per ricostruire oggetti che riconosciamo immediatamente.

Il procedimento è quasi l’opposto di quello che ci aspetteremmo da una scultura tradizionale. Lee costruisce prima la sagoma dell’oggetto attraverso sottili strutture in metallo, poi la ricopre con una rete trasparente. Non c’è quindi bisogno di riempire il volume: la forma rimane in piedi proprio grazie alla struttura che la sostiene.

Il risultato è un oggetto che conserva soltanto la propria superficie.

Da lontano sembra reale. Da vicino rivela invece la propria natura artificiale. E proprio questa distanza tra apparenza e materia è ciò che rende il lavoro così efficace.

Una bakery dove si può solo guardare

Con FAKERY, Lee porta questo procedimento dentro un’immagine immediatamente riconoscibile: quella di una panetteria.

Baguette, croissant, toast e sandwich vengono disposti come se fossero pronti per essere scelti. I colori della cottura, le irregolarità delle superfici e le diverse consistenze visive sono ricostruiti con grande precisione. Tutto suggerisce qualcosa di caldo, fragrante e commestibile.

Ma niente di tutto questo può essere assaggiato.

Il cibo perde così la sua funzione originaria e rimane soltanto come forma, colore, texture e ricordo.

È un gioco semplice, quasi infantile, ma proprio per questo funziona. Siamo abituati a riconoscere gli oggetti prima ancora di pensarci: vediamo un croissant e sappiamo cos’è, a cosa serve, che sapore dovrebbe avere. Lee prende questa associazione automatica e la interrompe.

Giocare a fare finta

L’artista descrive il proprio processo creativo come una sorta di “everyday game of playing house”, un gioco del fare finta applicato agli oggetti della vita quotidiana.

E forse FAKERY funziona proprio perché parte da qualcosa di estremamente familiare.

Il pane non è soltanto un alimento. Può essere una colazione, una merenda, il profumo di una cucina, una boulangerie incontrata durante un viaggio, una tavola apparecchiata, una persona che lo compra tornando a casa. È un oggetto semplice che può contenere una quantità sorprendente di memoria.

Svuotandolo, Lee elimina la possibilità di mangiarlo ma lascia intatta quella di riconoscerlo e ricordarlo.

L’interno vuoto delle sue opere diventa così quasi uno spazio per lo spettatore: non contiene nulla, ma lascia spazio a ciò che ciascuno associa a quell’oggetto.

Quando il falso diventa più interessante del vero

C’è qualcosa di particolarmente contemporaneo nel modo in cui FAKERY gioca con il rapporto tra vero e falso.

Non cerca di creare una copia perfetta da spacciare per autentica. Al contrario, il momento più interessante arriva proprio quando ci accorgiamo dell’inganno. La superficie ci convince, la struttura ci smentisce.

È una specie di piccolo errore percettivo: per qualche secondo vediamo il pane prima di vedere l’opera.

E forse è proprio questo il punto del progetto. Prendere qualcosa che abbiamo smesso di guardare perché lo conosciamo troppo bene e costringerci a guardarlo di nuovo.

Un croissant torna a essere una forma. Una baguette diventa una scultura. Un toast smette di essere colazione e diventa un’immagine.

In FAKERY il gesto artistico non consiste quindi soltanto nel riprodurre degli alimenti in modo realistico. Lee modifica il nostro rapporto con oggetti che appartengono alla quotidianità e che, proprio per la loro familiarità, raramente osserviamo davvero.

Il pane rimane lì, dorato e perfetto, ma non può essere toccato nel modo in cui siamo abituati a farlo. Possiamo solo guardarlo.

E forse è proprio questa la parte più divertente del lavoro di Jimin Lee: una panetteria piena di cose che sembrano buonissime e che, per una volta, non servono a essere mangiate.

Servono a ricordarci quanto sia facile confondere ciò che vediamo con ciò che conosciamo.

Una panetteria non commestibile: le sculture FAKERY di Jimin Lee