Tra rivendicazione e cinismo, “PRIMA” di ADÉLA è la colonna sonora di chi non chiede più il permesso per vincere.
Chi come Adéla – l’autrice dell’album PRIMA – fosse cresciuto nei primi anni 2000, ossessionatə dalle icone pop anglofone, ha sicuramente assistito alla traiettoria evolutiva legata all’approccio al mondo della musica pop, ma non al genere nello specifico o alle sue più canoniche regole musicali: infatti, è evidente che tutto quello che per decenni aveva valore sensibilmente inferiore al talento di un artistə e che è storicamente stato identificato come contorno ha assunto un ruolo dominante.
Non si parla quindi solo del prodotto artistico; che questo sia realmente valido o meno non prevale più sull’intero personaggio musicista. Probabilmente perché negli ultimi vent’anni l’accesso a strumenti per creare brani, ma anche studiare e analizzare l’evoluzione delle icone passate e presenti, è diventato una pratica alla portata di tutti. E in un mercato saturo di prodotti validi dal punto di vista musicale e tecnico, per distinguersi non è più sufficiente “una chitarra e un sogno”, anzi è proprio quel famoso contorno che diventa l’arma più forte per permettersi di risaltare.

Chi è Adéla
ADÉLA, ventitreenne originaria di Bratislava, ballerina classica professionista affascinata dal mondo delle stelle americane, fa il suo debutto internazionale legato all’industria pop tra le prime eliminate nel tv show del 2023 “The Debut: Dream Academy” e neanche tre anni dopo diventa una personalità impossibile da ignorare nel panorama musicale contemporaneo.
Cresciuta studiando balletto a cavallo tra la tradizionalista Slovacchia e due città ponte per l’industria dello spettacolo – Vienna e Londra – dice di avere subíto sin dall’infanzia una certa fascinazione proprio per l’ambiente. In un’intervista a Paper Magazine racconta quanto questo discordare tra una madre terra all’epoca sensibilmente più conservatrice e il sogno di un futuro nel mondo dello show business americanocentrico – trasversalmente opposto a quelle che Adéla riconosce come le proprie radici – sia uno dei pilastri fondamentali della sua identità artistica.


L’album PRIMA: il racconto di un desiderio per il successo
Ed è proprio con i primi due singoli che annunciano il suo secondo album PRIMA (KGB e Ain’t in LA) che questa dualità identitaria incomincia a prendere forma.
Il disco è prodotto da due artisti estremamente rilevanti nel mondo pop e hyperpop: Dylan Brady (metà dell’affermato duo 100gecs) e Blake Slatkin (produttore di molteplici popstar) hanno saputo interpretare e concretizzare la visione specifica di Adéla, restituendo questa continua sensazione di vita in equilibrio tra due realtà diametralmente opposte.
Undici canzoni che dichiarano inequivocabilmente il desiderio per una vita che ancora non è completamente dell’artista, ma che lei è convinta le appartenga e che manifesta in musica durante tutto l’album in modo audace e sicuro di sé. Non ci sono tentativi di presentare tutto questo come un casuale effetto collaterale del fare musica, ma la fama fa da sempre parte del piano, forse ne è persino la parte più onesta, e l’album ne è la dimostrazione: come se Adéla avesse già iniziato a vivere in sintonia con la vita che sta ora cercando di conquistare.



Da prima ballerina a prima pop star
Il nome PRIMA già chiarisce il nucleo centrale dell’album e crea il primo ponte tra il vissuto personale della cantante e l’esperienza emotiva dell’ascoltatore. Il titolo si riferisce chiaramente al ruolo di prima ballerina, la solista di grado più alto in una compagnia di danza classica, “qualcosa a cui sto aspirando a diventare nella musica pop” come osserva lei stessa rispondendo a W Magazine.
Adéla porta immediatamente al centro il suo passato e le sue aspirazioni: è cresciuta studiando danza classica, contemporaneamente aspirando a una vita di palchi e folle che cantano le sue canzoni.
In KGB, trasforma le sue radici est-europee in un racconto quasi mitologico e canta dell’aver imparato l’inglese tramite la cultura americana; nel brano Therapy parla direttamente delle figure dell’industria discografica con cui è obbligata a interagire per garantire il suo avanzare di carriera, mentre Ain’t In LA – il brano che l’ha resa virale portandola nella Billboard Hot 100 e rendendola la prima artista slovacca nella storia a raggiungere questo traguardo – è forse l’espressione più limpida dell’intera sua visione. Il sogno si avvicina sempre di più a realtà e Adéla non lo sta più guardando dall’altra parte dell’oceano.
Adéla e la voglia di sfondare senza vergogna
Un disco pieno di duplicità e di controsensi, che in maniera inspiegabile mette insieme vulnerabilità e ambizione, fragilità e desiderio di affermarsi, toccando i giusti tasti dell’ascoltatore ma ancor di più dell’artista stessa che si posiziona da sola, senza chiedere il permesso o aspettare un riconoscimento esterno, come “prima ballerina” della sua carriera e della sua musica.
Adéla è la rappresentazione più genuina di una generazione che ha smesso di chiedere scusa per la propria ambizione; in un’era in cui la trasparenza è la nuova valuta e la sete di successo non è più mascherata da falsa modestia, PRIMA si impone come manifesto feroce della consapevolezza che il talento, senza una visione architettonica e più ampia, rimane un’opera incompiuta.