Siamo nella Londra dei primi anni ’60, dove i locali jazz dominano ancora la scena, ma nei club underground cominciano a risuonare echi di blues nero americano. Il Marquee Club, fino ad allora tempio del modern jazz, apre timidamente le porte a qualcosa di nuovo. Quel giovedì sera, a esibirsi non è un nome noto: sul cartellone c’è scritto semplicemente “Mick Jagger and The Rolling Stones”. Il pubblico non sa che sta assistendo alla nascita di una delle band più longeve e influenti della storia.
Quella sera, il Marquee Club aveva Mick Jagger alla voce, Keith Richards e Brian Jones alle chitarre, Dick Taylor al basso, Ian Stewart al piano, e probabilmente Tony Chapman alla batteria. Il nome, “Rolling Stones”, è preso in prestito da una canzone di Muddy Waters, idolo del blues afroamericano. L’intenzione è chiara fin da subito: portare quella musica nera e viscerale nel corpo e nella voce di una nuova gioventù bianca, inglese, ribelle.

Nei primi anni, come molte band britanniche degli anni ’60, i Rolling Stones non si dedicano subito alla composizione di brani originali. Il loro repertorio iniziale vede in scaletta interpretazioni di classici pezzi blues, rhythm & blues e rock’n’roll provenienti dagli Stati Uniti guardando in particolare ad artisti come Chuck Berry, Muddy Waters, Howlin’ Wolf. La bravura dei Rolling Stones consiste anche nella capacità di essere riusciti a rendere propri questi brani, portando il pubblico alla convinzione che siano stati scritti proprio da loro. Molti ascoltatori dell’epoca, ad esempio, pensavano davvero che “Carol” di Chuck Berry o “Route 66” scritta da Bobby Troup, fossero canzoni degli Stones.
Con l’arrivo di Andrew Loog Oldham, la band acquisisce un’identità precisa. Il manager sviluppa per i suoi Rolling Stones una strategia comunicativa aggressiva e spregiudicata, pensata per catturare l’attenzione di quella generazione inquieta e ribelle che nei Beatles non si riconosceva più. Le due band britanniche rappresentano, solo in apparenza, due facce opposte della stessa medaglia: da un lato i Beatles, con il loro stile ordinato, le frange perfette e l’immagine rassicurante; dall’altro i Rolling Stones, disordinati, ribelli, provocatori. Ma la distanza era più estetica che reale. Al di là della costruzione mediatica, le due band erano legate da una profonda amicizia e da un rispetto reciproco che difficilmente si ritrova in vere rivalità. Entrambe, in modi diversi, furono immerse nella stessa cultura giovanile inquieta, quella che guardava all’esoterico, alla psichedelia, alla trasgressione come strumenti per rompere gli schemi. Beatles e Rolling Stones erano diversi nella forma, ma simili nella sostanza: portavoce autentici di un underground culturale che stava cambiando per sempre la musica, la società e il modo di pensare.




Nel 1964 i Rolling Stones pubblicano il primo album, The Rolling Stones, che esplode con la forza di una bomba nel panorama britannico. Solo due anni dopo, con Aftermath, iniziano a comporre musica originale. Paint It Black, Under My Thumb, Lady Jane segnano una nuova fase: il rock degli Stones si fa sofisticato, oscuro, profondo. Da quel momento in poi, la loro scalata è inarrestabile. Arrivano capolavori come Beggars Banquet (1968), Let It Bleed (1969), Sticky Fingers (1971) e Exile on Main St. (1972). Album che non solo definiscono un’epoca, ma consolidano un rock adulto, libero, sfacciato, che non chiede permesso a nessuno. È in questi anni che il rock diventa davvero “occidentale”: non più soltanto ribellione istintiva, ma linguaggio culturale, prodotto discografico, bandiera generazionale. E i Rolling Stones ne sono i principali artefici. Con loro, il rock si fa più sofisticato, più consapevole, ma non perde mai la sua anima libera e selvaggia. Anzi, riesce a coniugare forma e istinto, disciplina e caos, diventando qualcosa di nuovo senza tradire le sue radici.


In sessantatré anni di carriera, i Rolling Stones hanno attraversato ogni possibile fase storica e musicale. Hanno perso pezzi lungo la strada – il fondatore Brian Jones nel 1969, il batterista Charlie Watts nel 2021 – ma non hanno mai perso l’anima. Mick Jagger e Keith Richards sono ancora oggi sul palco, affiancati da Ronnie Wood, con l’energia di chi ha ancora qualcosa da dire.
Nel 2023 hanno pubblicato un nuovo album di inediti, Hackney Diamonds, a dimostrazione che la fiamma non si è mai spenta. E ogni tour continua a registrare il tutto esaurito, giovani, vecchi, nostalgici e neofiti si mescolano sotto al palco, come in una liturgia laica del rock’n’roll.
Cosa rende i Rolling Stones unici, dopo così tanto tempo? La coerenza della loro sfacciataggine. Non hanno mai tradito se stessi, mantenendo viva la scintilla provocatoria che li ha resi leggenda. Voce ruvida, riff taglienti, danza sensuale e ironica di Jagger, quel suono sempre un po’ fuori dalle righe. Non sono mai stati perfetti, e forse è proprio per questo che sono ancora qui.